Il Francesino
Giacinto
Cecconelli racconta : “ Quando sono stato avvertito, non sapendo della portata
di questa aggressione dei tedeschi, di questo rastrellamento, ho preso il
gruppo che avevo a Mosciano e siamo andati su di corsa verso Collecroce con l’intenzione
di attestarci sulla salita pensando di
prenderli d’ infilata. Sennonché i
tedeschi avevano fatto prima di quanto pensassi, quando siamo arrivati lì c’erano
già loro e sono stati loro che ci hanno attaccati; vicino a me è morto uno che
gli dicevano Il Francese, che tenevo come portaordini.”
E
come spesso avviene qui le testimonianze
sono discordanti. Don Alfonso Guerra, parroco di Mosciano, nel suo rapporto
dice testualmente : “ Intanto arrivano 4 tedeschi che conducono avanti il capitano
un giovane partigiano del comune di Gualdo Tadino, conosciuto qui solo col titolo di Francesino,
chiamato così perché cresciuto in Francia e da poco rimpatriato, il suo accento
era spiccatamente francese: L’ hanno catturato lungo la strada Collecroce-Mosciano
in località Fosso la Penna. Viene
immediatamente fucilato sotto lo sguardo di tutti, innanzi la porta di casa
Berardi.” Dunque non cadde colpito vicino a Ceccconelli, ma venne catturato
e condotto su a Collecroce. Certamente a
distanza di molti anni il capo partigiano
Cecconelli non ricorda con precisione il fatto, uno dei tanti.
Dal
racconto di Leni ( Ennio Leonardi) si apprende che il Collarini era con il
gruppo che saliva sulla collina, che dovrebbe essere il Monte Mosciano : “Mentre
noi andavamo per la corta così, il Francesino
andò più basso e nessuno gli disse niente; certo lui credeva che noi andavamo a fare fronte ai tedeschi; però
quando i compagni videro che non si poteva far fronte incominciarono a
scappare. Io mi accorsi ultimo ché seguia lo zapato (la tracce delle scarpe).
Allora lo seguii. Il Francesino non lo vidi più. Per questo si dice che lo presero e lo
fucilarono. Lui si divise, pensò
che andavamo giù verso i tedeschi.”
Si racconta che dopo la fucilazione un
uomo della zona non perse tempo a
prelevare le scarpe del caduto, che a quei tempi era un bene quasi prezioso.
Fabrizio Bicchielli
(coautore del libro “La grande guerra
dei gualdesi”) fornisce le seguenti informazioni.“La lapide posta nella piazza
centrale nell’immediato dopoguerra, fu realizzata per commemorare i partigiani
di Gualdo fucilati dai nazi-
fascisti. In questa, Collarini Gino venne completamente
ignorato. La causa è dovuta al fatto che lo stesso era pressoché sconosciuto nel paese . La sua famiglia
rientrò a Gualdo Tadino, dalla Francia, nel 1942, andando ad abitare in
frazione Voltole, in località Monte Maggio, per poi trasferirsi in località
Grello, e di fatto non appartennero mai alla comunità gualdese, anche a causa
della loro disastrosa condizione. “
In una
relazione del 1944 così viene descritta la situazione della famiglia:
“ Il Collarini Enrico,
capofamiglia, non è nelle sue piene capacità mentali tanto che è stato
ricoverato anche al manicomio. La Mangin Maria per le percosse avute dal marito
è diventata sorda ed è priva di denti, e non è nelle sue piene facoltà mentali,
ché due mesi orsono si meravigliò di aver dato alla luce un bimbo che, lasciato
in una cassetta, morì di fame e di stenti. La famiglia fino ad oggi è vissuta
in una capanna, dormendo su della paglia essendo priva di letti, materassi,
coperte, lenzuola, vestiti “.
Continua
Bicchielli : “ Gino, il figlio più grande, probabilmente, sin dal rientro dalla
Francia, avrebbe cercato pane e lavoro a Nocera Umbra, per questo motivo è
dimenticato anche nelle memorie dei gualdesi che hanno scritto le varie vicende
legate alla resistenza. Il tutto è reso
ancora più problematico dalla dispersione della famiglia avvenuta nel
dopoguerra. Per interessamento del
Comitato di Liberazione Nazionale, Collarini Enrico venne trasferito al
manicomio di Perugia, dove morì nei primi anni ’50, Maria Mangin morì anche essa nello stesso periodo
all’ospizio di Gualdo Tadino. Le sorelle di Gino, Josette, Maria Luisa e
Teresa, dopo un iniziale trasferimento all’ospizio e all’ospedale, nell’ottobre
del 1953 furono affidate al giudice tutelare. In seguito Teresa fu adottata e
si trasferì a Roma. Di Maria Luisa non si hanno più tracce, se non il cambio di
residenza a Nocera Umbra il 28.8.1952, prima dell’affidamento al giudice
tutelare, mentre l’ultima traccia di Josette riguarda un trasferimento in
Francia in data 15.7.1960. Il fratello Francesco, invece, si trasferì a Nocera
Umbra il 16 agosto 1946.”
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| Il paese di Collecroce negli anni Novanta |
Una donna di Sorifa (nata nel 1926) racconta alcuni particolari sul giovane, che
aveva conosciuto poiché questi frequentava quel paese insieme a un folto
gruppo di partigiani. Il ragazzo vestiva
abbastanza elegante, aveva un bell'aspetto e sembrava ben nutrito. Si
vedeva che era un forestiero. Passato il fronte, la madre venne a Sorifa per avere qualche notizia del
figlio ucciso. Fu indirizzata presso
quella ragazza di diciotto anni, che Gino aveva
un poco corteggiato durante quell’ inverno del 1944. La donna dice che la madre del giovane vestiva in un modo normale, seppure in modo un
po' antiquato. Racconta inoltre che una volta lei provò a cucinare delle frittelle per offrirle
a quel giovane partigiano, ma quei dolci non
le vennero bene e allora dovette rinunciarvi . Dopo la morte di Gino,
sulla tomba comune al cimitero di Nocera, cercò di apporre una crocetta di
legno e di scrivervi il nome per
poterlo individuare , ma non conosceva il
suo esatto cognome . Crede di
ricordare che la salma fu poi trasferita, quindi la sua tomba ora dovrebbe trovarsi nel cimitero comunale di
Gualdo Tadino.


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