domenica 7 giugno 2020


Il grande sciopero della Bisleri  nel 1911
                                                                       
 Aldo Cacciamani e Pietro Nati




Lo sciopero allo stabilimento Bisleri di Nocera Umbra, che sfruttava le acque minerali della zona,  iniziò il 3 aprile e durò  98 giorni. Era iniziato a causa del licenziamento di due operaie, Norma Giardini e Giuseppa Giovannini Guerrieri e poi dei due sorveglianti, uno dei quali era Costantino Blasi (1869-1934), socialista, come il  noto fratello, il medico Vincenzo Blasi (1864-1916). A sostegno dei licenziati scendono in sciopero tutti i 150 operai dello stabilimento Bisleri. I socialisti di Nocera organizzano un comitato di resistenza, di cui fu nominato segretario il dottor Braccio Braccini. 
I Socialisti di Foligno e di Gualdo Tadino, a fine di maggio, promossero una sottoscrizione a favore degli scioperanti. I Repubblicani dell’Umbria, su proposta del segretario della camera del lavoro di Terni, si pronunciano a favore degli scioperanti :“…compresa l’importanza morale ed economica del conflitto conforta i lavoratori di Nocera a proseguire civilmente nella difesa del loro buon diritto.” Intensa è l’attività del dottor Vincenzo Blasi a sostegno dello sciopero. Il 17 giugno, in una piazzetta del centro di Nocera, tiene una pubblica conferenza sul tema “Diagnosi e prognosi della Serrata Bisleri. Sarà accordata la parola e in contraddittorio a chiunque voglia chiederla”. Ad un certo punto la Ditta Bisleri si dichiara  disposta a riassumere le due operaie, ad aumentare le paghe e a riassumere uno dei sorveglianti, escludendo il socialista Costantino Blasi.  Il dottor Vincenzo Blasi viene denunciato quale responsabile di manifestazioni non autorizzata.  
Il giornale del partito socialista,  l’ “ Avanti !”  di Mercoledì 10 maggio 1911 pubblica un articolo  firmato da Angelica Balabanoff  del seguente tenore.
Ricordiamo sommariamente l’origine e i termini del conflitto. Un giorno il proprietario della ditta , con tono tutt’altro che civile, prescrive a due lavoratrici di cambiare metodo nell’ esecuzione del lavoro; questa disposizione viene da lui data a due operaie, mentre le altre non ne sono informate. Si cambia turno e due altre lavoratrici, non avvertite del nuovo ordine, procedono al lavoro con i soliti metodi. Capita il proprietario, e senza tener conto del fatto che le due lavoratrici non erano quelle a cui aveva detto di cambiare sistema le licenzia immediatamente, con metodi e maniere facile a immaginarsi. Saputo del licenziamento arbitrario e addirittura pazzesco, gli altri lavoratori e lavoratrici insistono sulla riammissione delle due compagne di lavoro. Senza poter negare di aver commesso uno sproposito, il proprietario della ditta persiste nel proposito di rimettere le lavoratrici, e come causa e ragione del suo rifiuto adduce “che egli intende fare tutto quello che vuole nel proprio stabilimento, licenziando chi gli pare e  piace di licenziare.”  Difatti egli chiuse i cancelli dello stabilimento.”
Costantino Blasi
Nello stesso giornale socialista il 4 luglio 1911 compare l’ articolo con il titolo “ La serrata di Nocera Umbra  e sottotitolo “Provocazioni dell’ autorità politica. La venuta della dottoressa Balabanoff”, in cui si legge quanto segue. “Oggi i serrati hanno avuto la gradita e inaspettata visita della gentile compagna Angelica Balabanoff che altra volta venne a confortarli con la sua parola affettuosa e competente. Ricevuta dal Comitato di agitazione e accompagnata dalla fanfara della sezione socialista tenne nei locali di questa un’applauditissima conferenza, alla fine della quale le venne offerto un magnifico mazzo di garofani rossi. Ha promesso di occuparsi dello strano ingiustificabile contegno della autorità politica che manda tanto lusso di forza a proteggere i krumiri, mentre farebbe assai meglio a provocare dalle autorità sanitarie provvedimenti atti a garantire sul serio i consumatori della decantata acqua angelico-bisleriana. Nella riunione dei
Vincenzo Blasi
serrati  è stata data lettura di una corrispondenza pubblicata nel numero odierno del Corriere d’ Italia, in cui si  parla di retroscena di questa agitazione e di stanchezza da parte della massa operaia. La corrispondenza, come è sistema del giornalismo clericale, si guarda bene dal far nomi e porta il solito linguaggio di Don Basilio. Ma ad essa i serrati hanno risposto unanimemente confermando l’astensione dal lavoro, e vi posso assicurare che il reverendo Priore don Alessandro Costantini, corrispondente ordinario del  Corriere  d’ Italia, ha spontaneamente dichiarato di non essere affatto l’autore della corrispondenza. E allora chi ha scritto quella sequela di bugie, di insinuazioni e di malignità, non potendosi mettere in dubbio la parola del Costantini, persona veramente superiore a qualsiasi sospetto?”  
Gli scioperanti vengono definiti impropriamente “i serrati”, infatti è il padrone della fabbrica che, in reazione allo sciopero, “serra” i cancelli  e sospende l’attività produttiva; ma evidentemente quella era la definizione in uso nell’epoca.
Sempre lo stesso giornale, l’ “Avanti !” l’ 11 maggio 1911 aveva già  pubblicato un articoletto intitolato  “La serrata di Nocera Umbra. Una lettera della Ditta Bisleri.” “Lasciamo all’ apprezzamento dei lettori questa lettera della Ditta Bisleri, che pubblichiamo a titolo di imparzialità”
On. Direzione dell’ Avanti !
L’Avanti di ieri porta un lungo articolo di una colonna e mezza a firma di una signora Angelica Balabanoff, sullo sciopero dei nostri operai di Nocera Umbra, sciopero che con una buona fede discutibile si continua a chiamare serrata, per dare a credere che fummo noi a sospendere il lavoro e non gli operai a rifiutarsi di continuarlo ove non venissero accettate ipso facto le loro imposizioni.  Questo spiega come il rendimento della manodopera a Nocera sia addirittura la metà di quello, ad esempio, del nostro stabilimento di Milano. E tuttavia, per confessione
dell’estensore stesso dell’articolo, noi corrispondiamo alle donne, si noti, un salario  giornaliero  di L. 1,25 per un lavoro affatto manuale e punto faticoso quale può richiedersi per la lavatura (a macchina) e l’etichettatura delle bottiglie, le quali vengono poi imballate da uomini. Se ciò possa chiamarsi “salario da fame” per le donne, le quali, ripetiamo, prestano un’opera puramente manuale la quale non richiede né cognizioni tecniche che corredo di pratica, lasciamo giudicare non soltanto alle operaie della vicina Foligno  (dove le donne sono pagate da 60 a 80 centesimi al giorno) ma a quelle degli stessi  centri  manifatturieri del Settentrione d’Italia, dove il costo della vita è enormemente più caro che nelle campagne dell’Umbria.
“ Il proprietario della ditta Bisleri voleva che il sorvegliante Costantino Blasi facesse il proprio dovere cioè sorvegliasse affinché  il trasporto delle bottiglie piene e munite di etichetta dai tavoli al magazzino d’ imballaggio venisse fatto non a mano dalle operaie, ma con le apposite cassette poste su relativi carrelli: ciò avrebbe portato economia di tempo, maggiore produzione…”
Bisleri pensò allora di trasferire parte dell’ attività nello stabilimento di Milano, utilizzando per il trasporto dell’acqua delle cisterne sistemate su appositi carri ferroviari. Un guasto alla condotta che dalla sorgente arriva allo stabilimento, fa gridare al sabotaggio; gli scioperanti respingono le accuse e  incassano il sostegno del deputato socialista Casalini, il quale presenta alla camera un’ interpellanza per impedire il trasporto dell’acqua.  Il dottor Braccini, in qualità di ufficiale sanitario del comune segnala irregolarità igieniche delle cisterne che trasportano acqua e una di queste viene sequestrata a Milano dall’ufficio d’ igiene. Ne segue un lungo processo al termine del quale Braccio Braccini viene condannato per abuso di autorità.
A testimoniare l’importanza e il clamore dello sciopero nocerino  è il fatto che   il 18 giugno venne  qui a tenere un comizio il segretario nazionale del partito socialista, Pompeo Ciotti,  notizia pubblicata nel giornale  “Avanti !“ del 23 giugno 1911. Dopo  98 giorni di dura lotta  con alterne vicende  alcuni operai non reggono all’asprezza dello sciopero e mestamente cominciano a cedere riprendendo singolarmente il lavoro. Così il 20 luglio gli operai, tranne Costantino Blasi, rientrano nello stabilimento. Seguiranno per alcuni mesi  numerose durissime polemiche tra la ditta Bisleri, i Socialisti e l’ amministrazione comunale di Nocera che denuncerà l’industriale milanese. Lo stesso argomento è stato trattato in un numero del 2011 della  stessa rivista,  questo nuovo articolo è arricchito di alcune notizie e documenti.
In occasione di questo grande  sciopero  dell’anno 1911 venne a Nocera Umbra la socialista russa Angelica Balabanoff, che per 40 anni fu la più famosa rivoluzionaria in ambito internazionale.

 La medesima   già nel  maggio dello stesso a anno era venuta a Nocera per manifestare  la solidarietà del partito socialista agli scioperanti. Aldebrando Madami detto Memo (1890 -1973)  raccontava  che a tavola egli sedeva nel posto che era stato occupato dalla Balabanoff   quando questa era stata invitata a pranzo presso la sua casa a Nocera. Durante quella visita la Balabanoff verosimilmente  pernottò presso l’abitazione  dei Trinca Armati, che era una famiglia facoltosa, infatti qualcuno di essi  ancora in tempi recenti  raccontava che  la Balabanoff  era stata ospitata nel “salottino rosso”. Achille Trinca Armati (1879-1933)   in quel periodo era sindaco di Nocera Umbra,  e amministrava con una giunta formata da Giovanni Dominici (1881-1951), Giovanni Alberigi (1856-1922), Girolamo Madami (1861-1928), Costantino Blasi e Giuseppe Cesaroni (1852- 1930).  L’intervento della Balabanoff, più di ogni altro  sta a testimoniare l’importanza e il clamore sollevato  dallo sciopero nocerino.   Qualche lettore si  domanderà: “Ma chi era poi questa donna dal nome esotico ?” Potremmo definirla – in breve-- come una delle più note figure di socialista rivoluzionaria nel panorama europeo  del Novecento. Tuttavia il personaggio  di Angelica Balabanoff è tuttora poco noto in Italia. Contribuì alla sua conoscenza il film “Il giovane Mussolini” del 1993, sceneggiato Rai  abbastanza fedele alla realtà, a parte il fatto che i  protagonisti,  Mussolini, Edda , Angelica e Serrati,   sono impersonati da attori un  po’ troppo  di bell’ aspetto, come Antonio Banderas , Claudia Koll,  Ivano Marescotti e la tedesca  Susanne Lothar nel ruolo della Balabanoff.  Un ulteriore contributo alla conoscenza di questo storico  personaggio  è  dato dall’ articolo qui appresso  in questo stesso numero dal titolo “Angelica Balabanoff, la rivoluzionaria che venne a Nocera“.  Entrambi gli articoli si possono leggere  anche in Facebook e nel blog al seguente indirizzo : https://innanzitutto.blogspot.com/.















Il Francesino




Nel periodo dell’attività partigiana in questo territorio e anche dopo la sua morte  “ il Francesino “ era conosciuto solo con questo soprannome.  Il suo nome è Gino Collarini, figlio di Enrico,  era nato in Francia, a Thil, nel 1925. Era con i patrioti ed è elencato come partigiano nei documenti del CLN di Nocera Umbra. Fu fucilato nel paese di Collecroce il 17 aprile del 1944. Sul monumento  eretto nel 1988 nel paese montano di  Collecroce  si legge il suo vero nome, mentre sulla lapide del cimitero di Nocera è elencato solamente come “Il Francesino”.
Giacinto Cecconelli racconta : “ Quando sono stato avvertito, non sapendo della portata di questa aggressione dei tedeschi, di questo rastrellamento, ho preso il gruppo che avevo a Mosciano e siamo andati su di corsa verso Collecroce con l’intenzione di attestarci sulla salita  pensando di prenderli d’ infilata. Sennonché  i tedeschi avevano fatto prima di quanto pensassi, quando siamo arrivati lì c’erano già loro e sono stati loro che ci hanno attaccati; vicino a me è morto uno che gli dicevano  Il Francese, che tenevo come portaordini.”
E come spesso  avviene qui le testimonianze sono discordanti. Don Alfonso Guerra, parroco di Mosciano, nel suo rapporto dice testualmente : “ Intanto arrivano 4 tedeschi che conducono avanti il capitano un giovane partigiano del comune di Gualdo Tadino,  conosciuto qui solo col titolo di  Francesino, chiamato così perché cresciuto in Francia e da poco rimpatriato, il suo accento era spiccatamente francese: L’ hanno catturato lungo la strada Collecroce-Mosciano in località Fosso la Penna. Viene immediatamente fucilato sotto lo sguardo di tutti, innanzi la porta di casa Berardi.” Dunque  non  cadde colpito vicino a Ceccconelli, ma venne catturato e condotto su a Collecroce. Certamente  a distanza di molti anni  il capo partigiano Cecconelli non ricorda con precisione il fatto, uno dei tanti.
Dal racconto di  Leni ( Ennio Leonardi) si apprende che il Collarini era con il gruppo che saliva sulla collina, che dovrebbe essere il Monte Mosciano : “Mentre noi andavamo per la corta così, il Francesino andò più basso e nessuno gli disse niente; certo lui   credeva che noi  andavamo a fare fronte ai tedeschi; però quando i compagni videro che non si poteva far fronte incominciarono a scappare. Io mi accorsi ultimo ché  seguia lo zapato (la tracce delle scarpe). Allora lo seguii. Il  Francesino non lo vidi più.  Per questo si dice che lo presero e lo fucilarono.  Lui si divise,   pensò che  andavamo giù verso i tedeschi.”
 Si racconta  che dopo la fucilazione un uomo della zona non perse  tempo a prelevare le scarpe del caduto, che a quei tempi era un bene quasi prezioso.
Fabrizio Bicchielli  (coautore del libro “La grande guerra dei gualdesi”) fornisce le seguenti informazioni.“La lapide posta nella piazza centrale nell’immediato dopoguerra, fu realizzata per commemorare i partigiani di Gualdo fucilati dai nazi-
fascisti.  In questa, Collarini Gino venne completamente ignorato. La causa è dovuta al fatto che lo stesso era pressoché  sconosciuto nel paese . La sua famiglia rientrò a Gualdo Tadino, dalla Francia, nel 1942, andando ad abitare in frazione Voltole, in località Monte Maggio, per poi trasferirsi in località Grello, e di fatto non appartennero mai alla comunità gualdese, anche a causa della loro  disastrosa condizione. “
 In una relazione del 1944  così  viene descritta la situazione della famiglia: “ Il Collarini Enrico, capofamiglia, non è nelle sue piene capacità mentali tanto che è stato ricoverato anche al manicomio. La Mangin Maria per le percosse avute dal marito è diventata sorda ed è priva di denti, e non è nelle sue piene facoltà mentali, ché due mesi orsono si meravigliò di aver dato alla luce un bimbo che, lasciato in una cassetta, morì di fame e di stenti. La famiglia fino ad oggi è vissuta in una capanna, dormendo su della paglia essendo priva di letti, materassi, coperte, lenzuola, vestiti “.
Continua Bicchielli : “ Gino, il figlio più grande, probabilmente, sin dal rientro dalla Francia, avrebbe cercato pane e lavoro a Nocera Umbra, per questo motivo è dimenticato anche nelle memorie dei gualdesi che hanno scritto le varie vicende legate alla resistenza.  Il tutto è reso ancora più problematico dalla dispersione della famiglia avvenuta nel dopoguerra.  Per interessamento del Comitato di Liberazione Nazionale, Collarini Enrico venne trasferito al manicomio di Perugia, dove morì nei primi anni ’50,  Maria Mangin  morì anche essa nello stesso periodo all’ospizio di Gualdo Tadino. Le sorelle di Gino, Josette, Maria Luisa e Teresa, dopo un iniziale trasferimento all’ospizio e all’ospedale, nell’ottobre del 1953 furono affidate al giudice tutelare. In seguito Teresa fu adottata e si trasferì a Roma. Di Maria Luisa non si hanno più tracce, se non il cambio di residenza a Nocera Umbra il 28.8.1952, prima dell’affidamento al giudice tutelare, mentre l’ultima traccia di Josette riguarda un trasferimento in Francia in data  15.7.1960. Il fratello Francesco, invece, si trasferì a Nocera Umbra il 16 agosto 1946.”
Il paese di Collecroce negli anni Novanta
 
Una donna  di Sorifa  (nata nel 1926) racconta  alcuni particolari sul giovane,  che  aveva conosciuto poiché questi frequentava quel paese insieme a un folto gruppo di partigiani.  Il ragazzo vestiva abbastanza elegante, aveva un bell'aspetto  e sembrava ben nutrito.  Si vedeva che era un forestiero. Passato il fronte, la madre  venne a Sorifa per avere qualche notizia del figlio ucciso.  Fu indirizzata presso quella ragazza di diciotto anni, che Gino aveva  un poco corteggiato durante quell’ inverno  del 1944.  La donna dice che la madre del giovane  vestiva in un modo normale, seppure in modo un po' antiquato. Racconta inoltre che una volta lei  provò a cucinare delle frittelle per offrirle a quel giovane partigiano, ma quei dolci non  le vennero bene e allora dovette rinunciarvi . Dopo la morte di Gino, sulla tomba comune al cimitero di Nocera, cercò di apporre una crocetta di legno e  di scrivervi  il nome per poterlo individuare ,  ma non conosceva il  suo  esatto cognome . Crede di ricordare  che  la salma fu poi  trasferita, quindi la sua tomba  ora dovrebbe trovarsi nel cimitero comunale di Gualdo Tadino.