domenica 7 giugno 2020


Il grande sciopero della Bisleri  nel 1911
                                                                       
 Aldo Cacciamani e Pietro Nati




Lo sciopero allo stabilimento Bisleri di Nocera Umbra, che sfruttava le acque minerali della zona,  iniziò il 3 aprile e durò  98 giorni. Era iniziato a causa del licenziamento di due operaie, Norma Giardini e Giuseppa Giovannini Guerrieri e poi dei due sorveglianti, uno dei quali era Costantino Blasi (1869-1934), socialista, come il  noto fratello, il medico Vincenzo Blasi (1864-1916). A sostegno dei licenziati scendono in sciopero tutti i 150 operai dello stabilimento Bisleri. I socialisti di Nocera organizzano un comitato di resistenza, di cui fu nominato segretario il dottor Braccio Braccini. 
I Socialisti di Foligno e di Gualdo Tadino, a fine di maggio, promossero una sottoscrizione a favore degli scioperanti. I Repubblicani dell’Umbria, su proposta del segretario della camera del lavoro di Terni, si pronunciano a favore degli scioperanti :“…compresa l’importanza morale ed economica del conflitto conforta i lavoratori di Nocera a proseguire civilmente nella difesa del loro buon diritto.” Intensa è l’attività del dottor Vincenzo Blasi a sostegno dello sciopero. Il 17 giugno, in una piazzetta del centro di Nocera, tiene una pubblica conferenza sul tema “Diagnosi e prognosi della Serrata Bisleri. Sarà accordata la parola e in contraddittorio a chiunque voglia chiederla”. Ad un certo punto la Ditta Bisleri si dichiara  disposta a riassumere le due operaie, ad aumentare le paghe e a riassumere uno dei sorveglianti, escludendo il socialista Costantino Blasi.  Il dottor Vincenzo Blasi viene denunciato quale responsabile di manifestazioni non autorizzata.  
Il giornale del partito socialista,  l’ “ Avanti !”  di Mercoledì 10 maggio 1911 pubblica un articolo  firmato da Angelica Balabanoff  del seguente tenore.
Ricordiamo sommariamente l’origine e i termini del conflitto. Un giorno il proprietario della ditta , con tono tutt’altro che civile, prescrive a due lavoratrici di cambiare metodo nell’ esecuzione del lavoro; questa disposizione viene da lui data a due operaie, mentre le altre non ne sono informate. Si cambia turno e due altre lavoratrici, non avvertite del nuovo ordine, procedono al lavoro con i soliti metodi. Capita il proprietario, e senza tener conto del fatto che le due lavoratrici non erano quelle a cui aveva detto di cambiare sistema le licenzia immediatamente, con metodi e maniere facile a immaginarsi. Saputo del licenziamento arbitrario e addirittura pazzesco, gli altri lavoratori e lavoratrici insistono sulla riammissione delle due compagne di lavoro. Senza poter negare di aver commesso uno sproposito, il proprietario della ditta persiste nel proposito di rimettere le lavoratrici, e come causa e ragione del suo rifiuto adduce “che egli intende fare tutto quello che vuole nel proprio stabilimento, licenziando chi gli pare e  piace di licenziare.”  Difatti egli chiuse i cancelli dello stabilimento.”
Costantino Blasi
Nello stesso giornale socialista il 4 luglio 1911 compare l’ articolo con il titolo “ La serrata di Nocera Umbra  e sottotitolo “Provocazioni dell’ autorità politica. La venuta della dottoressa Balabanoff”, in cui si legge quanto segue. “Oggi i serrati hanno avuto la gradita e inaspettata visita della gentile compagna Angelica Balabanoff che altra volta venne a confortarli con la sua parola affettuosa e competente. Ricevuta dal Comitato di agitazione e accompagnata dalla fanfara della sezione socialista tenne nei locali di questa un’applauditissima conferenza, alla fine della quale le venne offerto un magnifico mazzo di garofani rossi. Ha promesso di occuparsi dello strano ingiustificabile contegno della autorità politica che manda tanto lusso di forza a proteggere i krumiri, mentre farebbe assai meglio a provocare dalle autorità sanitarie provvedimenti atti a garantire sul serio i consumatori della decantata acqua angelico-bisleriana. Nella riunione dei
Vincenzo Blasi
serrati  è stata data lettura di una corrispondenza pubblicata nel numero odierno del Corriere d’ Italia, in cui si  parla di retroscena di questa agitazione e di stanchezza da parte della massa operaia. La corrispondenza, come è sistema del giornalismo clericale, si guarda bene dal far nomi e porta il solito linguaggio di Don Basilio. Ma ad essa i serrati hanno risposto unanimemente confermando l’astensione dal lavoro, e vi posso assicurare che il reverendo Priore don Alessandro Costantini, corrispondente ordinario del  Corriere  d’ Italia, ha spontaneamente dichiarato di non essere affatto l’autore della corrispondenza. E allora chi ha scritto quella sequela di bugie, di insinuazioni e di malignità, non potendosi mettere in dubbio la parola del Costantini, persona veramente superiore a qualsiasi sospetto?”  
Gli scioperanti vengono definiti impropriamente “i serrati”, infatti è il padrone della fabbrica che, in reazione allo sciopero, “serra” i cancelli  e sospende l’attività produttiva; ma evidentemente quella era la definizione in uso nell’epoca.
Sempre lo stesso giornale, l’ “Avanti !” l’ 11 maggio 1911 aveva già  pubblicato un articoletto intitolato  “La serrata di Nocera Umbra. Una lettera della Ditta Bisleri.” “Lasciamo all’ apprezzamento dei lettori questa lettera della Ditta Bisleri, che pubblichiamo a titolo di imparzialità”
On. Direzione dell’ Avanti !
L’Avanti di ieri porta un lungo articolo di una colonna e mezza a firma di una signora Angelica Balabanoff, sullo sciopero dei nostri operai di Nocera Umbra, sciopero che con una buona fede discutibile si continua a chiamare serrata, per dare a credere che fummo noi a sospendere il lavoro e non gli operai a rifiutarsi di continuarlo ove non venissero accettate ipso facto le loro imposizioni.  Questo spiega come il rendimento della manodopera a Nocera sia addirittura la metà di quello, ad esempio, del nostro stabilimento di Milano. E tuttavia, per confessione
dell’estensore stesso dell’articolo, noi corrispondiamo alle donne, si noti, un salario  giornaliero  di L. 1,25 per un lavoro affatto manuale e punto faticoso quale può richiedersi per la lavatura (a macchina) e l’etichettatura delle bottiglie, le quali vengono poi imballate da uomini. Se ciò possa chiamarsi “salario da fame” per le donne, le quali, ripetiamo, prestano un’opera puramente manuale la quale non richiede né cognizioni tecniche che corredo di pratica, lasciamo giudicare non soltanto alle operaie della vicina Foligno  (dove le donne sono pagate da 60 a 80 centesimi al giorno) ma a quelle degli stessi  centri  manifatturieri del Settentrione d’Italia, dove il costo della vita è enormemente più caro che nelle campagne dell’Umbria.
“ Il proprietario della ditta Bisleri voleva che il sorvegliante Costantino Blasi facesse il proprio dovere cioè sorvegliasse affinché  il trasporto delle bottiglie piene e munite di etichetta dai tavoli al magazzino d’ imballaggio venisse fatto non a mano dalle operaie, ma con le apposite cassette poste su relativi carrelli: ciò avrebbe portato economia di tempo, maggiore produzione…”
Bisleri pensò allora di trasferire parte dell’ attività nello stabilimento di Milano, utilizzando per il trasporto dell’acqua delle cisterne sistemate su appositi carri ferroviari. Un guasto alla condotta che dalla sorgente arriva allo stabilimento, fa gridare al sabotaggio; gli scioperanti respingono le accuse e  incassano il sostegno del deputato socialista Casalini, il quale presenta alla camera un’ interpellanza per impedire il trasporto dell’acqua.  Il dottor Braccini, in qualità di ufficiale sanitario del comune segnala irregolarità igieniche delle cisterne che trasportano acqua e una di queste viene sequestrata a Milano dall’ufficio d’ igiene. Ne segue un lungo processo al termine del quale Braccio Braccini viene condannato per abuso di autorità.
A testimoniare l’importanza e il clamore dello sciopero nocerino  è il fatto che   il 18 giugno venne  qui a tenere un comizio il segretario nazionale del partito socialista, Pompeo Ciotti,  notizia pubblicata nel giornale  “Avanti !“ del 23 giugno 1911. Dopo  98 giorni di dura lotta  con alterne vicende  alcuni operai non reggono all’asprezza dello sciopero e mestamente cominciano a cedere riprendendo singolarmente il lavoro. Così il 20 luglio gli operai, tranne Costantino Blasi, rientrano nello stabilimento. Seguiranno per alcuni mesi  numerose durissime polemiche tra la ditta Bisleri, i Socialisti e l’ amministrazione comunale di Nocera che denuncerà l’industriale milanese. Lo stesso argomento è stato trattato in un numero del 2011 della  stessa rivista,  questo nuovo articolo è arricchito di alcune notizie e documenti.
In occasione di questo grande  sciopero  dell’anno 1911 venne a Nocera Umbra la socialista russa Angelica Balabanoff, che per 40 anni fu la più famosa rivoluzionaria in ambito internazionale.

 La medesima   già nel  maggio dello stesso a anno era venuta a Nocera per manifestare  la solidarietà del partito socialista agli scioperanti. Aldebrando Madami detto Memo (1890 -1973)  raccontava  che a tavola egli sedeva nel posto che era stato occupato dalla Balabanoff   quando questa era stata invitata a pranzo presso la sua casa a Nocera. Durante quella visita la Balabanoff verosimilmente  pernottò presso l’abitazione  dei Trinca Armati, che era una famiglia facoltosa, infatti qualcuno di essi  ancora in tempi recenti  raccontava che  la Balabanoff  era stata ospitata nel “salottino rosso”. Achille Trinca Armati (1879-1933)   in quel periodo era sindaco di Nocera Umbra,  e amministrava con una giunta formata da Giovanni Dominici (1881-1951), Giovanni Alberigi (1856-1922), Girolamo Madami (1861-1928), Costantino Blasi e Giuseppe Cesaroni (1852- 1930).  L’intervento della Balabanoff, più di ogni altro  sta a testimoniare l’importanza e il clamore sollevato  dallo sciopero nocerino.   Qualche lettore si  domanderà: “Ma chi era poi questa donna dal nome esotico ?” Potremmo definirla – in breve-- come una delle più note figure di socialista rivoluzionaria nel panorama europeo  del Novecento. Tuttavia il personaggio  di Angelica Balabanoff è tuttora poco noto in Italia. Contribuì alla sua conoscenza il film “Il giovane Mussolini” del 1993, sceneggiato Rai  abbastanza fedele alla realtà, a parte il fatto che i  protagonisti,  Mussolini, Edda , Angelica e Serrati,   sono impersonati da attori un  po’ troppo  di bell’ aspetto, come Antonio Banderas , Claudia Koll,  Ivano Marescotti e la tedesca  Susanne Lothar nel ruolo della Balabanoff.  Un ulteriore contributo alla conoscenza di questo storico  personaggio  è  dato dall’ articolo qui appresso  in questo stesso numero dal titolo “Angelica Balabanoff, la rivoluzionaria che venne a Nocera“.  Entrambi gli articoli si possono leggere  anche in Facebook e nel blog al seguente indirizzo : https://innanzitutto.blogspot.com/.















Il Francesino




Nel periodo dell’attività partigiana in questo territorio e anche dopo la sua morte  “ il Francesino “ era conosciuto solo con questo soprannome.  Il suo nome è Gino Collarini, figlio di Enrico,  era nato in Francia, a Thil, nel 1925. Era con i patrioti ed è elencato come partigiano nei documenti del CLN di Nocera Umbra. Fu fucilato nel paese di Collecroce il 17 aprile del 1944. Sul monumento  eretto nel 1988 nel paese montano di  Collecroce  si legge il suo vero nome, mentre sulla lapide del cimitero di Nocera è elencato solamente come “Il Francesino”.
Giacinto Cecconelli racconta : “ Quando sono stato avvertito, non sapendo della portata di questa aggressione dei tedeschi, di questo rastrellamento, ho preso il gruppo che avevo a Mosciano e siamo andati su di corsa verso Collecroce con l’intenzione di attestarci sulla salita  pensando di prenderli d’ infilata. Sennonché  i tedeschi avevano fatto prima di quanto pensassi, quando siamo arrivati lì c’erano già loro e sono stati loro che ci hanno attaccati; vicino a me è morto uno che gli dicevano  Il Francese, che tenevo come portaordini.”
E come spesso  avviene qui le testimonianze sono discordanti. Don Alfonso Guerra, parroco di Mosciano, nel suo rapporto dice testualmente : “ Intanto arrivano 4 tedeschi che conducono avanti il capitano un giovane partigiano del comune di Gualdo Tadino,  conosciuto qui solo col titolo di  Francesino, chiamato così perché cresciuto in Francia e da poco rimpatriato, il suo accento era spiccatamente francese: L’ hanno catturato lungo la strada Collecroce-Mosciano in località Fosso la Penna. Viene immediatamente fucilato sotto lo sguardo di tutti, innanzi la porta di casa Berardi.” Dunque  non  cadde colpito vicino a Ceccconelli, ma venne catturato e condotto su a Collecroce. Certamente  a distanza di molti anni  il capo partigiano Cecconelli non ricorda con precisione il fatto, uno dei tanti.
Dal racconto di  Leni ( Ennio Leonardi) si apprende che il Collarini era con il gruppo che saliva sulla collina, che dovrebbe essere il Monte Mosciano : “Mentre noi andavamo per la corta così, il Francesino andò più basso e nessuno gli disse niente; certo lui   credeva che noi  andavamo a fare fronte ai tedeschi; però quando i compagni videro che non si poteva far fronte incominciarono a scappare. Io mi accorsi ultimo ché  seguia lo zapato (la tracce delle scarpe). Allora lo seguii. Il  Francesino non lo vidi più.  Per questo si dice che lo presero e lo fucilarono.  Lui si divise,   pensò che  andavamo giù verso i tedeschi.”
 Si racconta  che dopo la fucilazione un uomo della zona non perse  tempo a prelevare le scarpe del caduto, che a quei tempi era un bene quasi prezioso.
Fabrizio Bicchielli  (coautore del libro “La grande guerra dei gualdesi”) fornisce le seguenti informazioni.“La lapide posta nella piazza centrale nell’immediato dopoguerra, fu realizzata per commemorare i partigiani di Gualdo fucilati dai nazi-
fascisti.  In questa, Collarini Gino venne completamente ignorato. La causa è dovuta al fatto che lo stesso era pressoché  sconosciuto nel paese . La sua famiglia rientrò a Gualdo Tadino, dalla Francia, nel 1942, andando ad abitare in frazione Voltole, in località Monte Maggio, per poi trasferirsi in località Grello, e di fatto non appartennero mai alla comunità gualdese, anche a causa della loro  disastrosa condizione. “
 In una relazione del 1944  così  viene descritta la situazione della famiglia: “ Il Collarini Enrico, capofamiglia, non è nelle sue piene capacità mentali tanto che è stato ricoverato anche al manicomio. La Mangin Maria per le percosse avute dal marito è diventata sorda ed è priva di denti, e non è nelle sue piene facoltà mentali, ché due mesi orsono si meravigliò di aver dato alla luce un bimbo che, lasciato in una cassetta, morì di fame e di stenti. La famiglia fino ad oggi è vissuta in una capanna, dormendo su della paglia essendo priva di letti, materassi, coperte, lenzuola, vestiti “.
Continua Bicchielli : “ Gino, il figlio più grande, probabilmente, sin dal rientro dalla Francia, avrebbe cercato pane e lavoro a Nocera Umbra, per questo motivo è dimenticato anche nelle memorie dei gualdesi che hanno scritto le varie vicende legate alla resistenza.  Il tutto è reso ancora più problematico dalla dispersione della famiglia avvenuta nel dopoguerra.  Per interessamento del Comitato di Liberazione Nazionale, Collarini Enrico venne trasferito al manicomio di Perugia, dove morì nei primi anni ’50,  Maria Mangin  morì anche essa nello stesso periodo all’ospizio di Gualdo Tadino. Le sorelle di Gino, Josette, Maria Luisa e Teresa, dopo un iniziale trasferimento all’ospizio e all’ospedale, nell’ottobre del 1953 furono affidate al giudice tutelare. In seguito Teresa fu adottata e si trasferì a Roma. Di Maria Luisa non si hanno più tracce, se non il cambio di residenza a Nocera Umbra il 28.8.1952, prima dell’affidamento al giudice tutelare, mentre l’ultima traccia di Josette riguarda un trasferimento in Francia in data  15.7.1960. Il fratello Francesco, invece, si trasferì a Nocera Umbra il 16 agosto 1946.”
Il paese di Collecroce negli anni Novanta
 
Una donna  di Sorifa  (nata nel 1926) racconta  alcuni particolari sul giovane,  che  aveva conosciuto poiché questi frequentava quel paese insieme a un folto gruppo di partigiani.  Il ragazzo vestiva abbastanza elegante, aveva un bell'aspetto  e sembrava ben nutrito.  Si vedeva che era un forestiero. Passato il fronte, la madre  venne a Sorifa per avere qualche notizia del figlio ucciso.  Fu indirizzata presso quella ragazza di diciotto anni, che Gino aveva  un poco corteggiato durante quell’ inverno  del 1944.  La donna dice che la madre del giovane  vestiva in un modo normale, seppure in modo un po' antiquato. Racconta inoltre che una volta lei  provò a cucinare delle frittelle per offrirle a quel giovane partigiano, ma quei dolci non  le vennero bene e allora dovette rinunciarvi . Dopo la morte di Gino, sulla tomba comune al cimitero di Nocera, cercò di apporre una crocetta di legno e  di scrivervi  il nome per poterlo individuare ,  ma non conosceva il  suo  esatto cognome . Crede di ricordare  che  la salma fu poi  trasferita, quindi la sua tomba  ora dovrebbe trovarsi nel cimitero comunale di Gualdo Tadino.


                                        

venerdì 1 maggio 2020


                                             L’ASSASSINIO DI  GIOVANNI TRIBUZI



Giovanni Tribuzi
Giovanni Tribuzi era nato nel mese di ottobre del 1923, dunque  nell’aprile del 1944 non aveva ancora compiuto ventuno anni. Forse esonerato dal servizio militare, lavorava,  presso l’aeroporto militare di  Foligno, come operaio specializzato. La mattina del 2 aprile 1944, domenica di passione, era a Stravignano,  presso la sorella maggiore Orlanda. Questa racconta che i repubblichini vennero su verso il centro abitato  passando per la “casa di Febo”, poiché, secondo lei ,erano ben informati della presenza di diversi giovani nel paese. Giovanni scappò sull’altura che sovrasta l’abitato, Nicola Prosdocimo che era con lui fu raggiunto da un colpo di moschetto  che lo ferì alla coscia e lo immobilizzò. Sembra che fu risparmiato perché mostrò un cartellino e dichiarò di far parte della  GILE (figlio d'italiani all’estero). Venne  recuperato da alcuni uomini del paese, tra cui Amedeo e Umberto Riboloni , quindi  trasportato all’ospedale di Gualdo Tadino e poi  a quello di Perugia.
Durante la prolungata sparatoria  tra i fascisti e i partigiani di  Giacinto Cecconelli,  sulle colline tra Stravignano e Sorifa, Giovanni scese dal bosco sulla strada  comunale, nei pressi della curva  nella località  chiamata Ponte  Vallerice.  Il partigiano Rolando Buono (1925-1983) così racconta:Durante le tre ore, della morte di Giovanni Tribuzi non ce ne accorgemmo, lo sapemmo dopo, perché loro sparavano, noi sparavamo e quello che avveniva sulla costa della strada non potevamo nè vederlo nè sentirlo; sentivamo solo spari. Seppi solo che questo ragazzo, al momento dei primi spari scese giù dalla macchia alzando le mani e dicendo ai fascisti che era un renitente alla leva, gridando però che non era un partigiano e che i partigiani erano di sopra”.
Non è facile spiegarsi perché  venne a cadere proprio nelle mani dei fascisti,  invece di  scappare verso il monte o verso Sorifa.  Forse egli credette, in buona fede, di potersi presentare  senza alcun timore, avendo le carte in regola, infatti  scese sulla strada con le mani alzate.  Non fu colpito a vista ed ebbe modo di  venire di fronte  ai militi  e di dire le sue ragioni . “ Io non c’entro niente… Io lavoro come operaio all’ aeroporto di Foligno.  Sto andando dai miei parenti a Sorifa…”  Maresi incitava Collarini a sparargli : “Spara, spara!”  “Perché sei uscito dal bosco ?” gli fu chiesto. “ Perché  ho sentito sparare e ho avuto paura.”  Senza altre domande o spiegazioni Collarini gli sparò  alla testa,  certamente a brevissima distanza, o a bruciapelo. Caduto fulminato da quel colpo preciso,  con il petto contro la terra e le mani ancora alzate,  Maresi gli  scaricò il  mitra sul  dorso, nella parte destra, sotto la spalla.
C’è chi lo ricorda in quella posizione, di schiena, con le  braccia distese e i fori dei colpi sulla giacca di colore chiaro. La sorella diciottenne, Daria Tribuzi, che quella mattina era stata a un funerale a Nocera, ebbe notizia della sparatoria nella tarda mattinata, ma fu sconsigliata a recarsi sul posto. Ebbe modo di vedere il fratello più tardi, quando lo trasportarono a Casebasse su un carro agricolo, con la madre disperata che  procedeva aggrappata a quel mezzo agricolo .  Giovanni fu  portato nella  casa paterna, dove fu rivestito e gli fu fasciata la testa.  Daria racconta che potè riconoscerlo dai vestiti e dal corpo, poiché la faccia era irriconoscibile per quanto era gonfia e deformata. Era  visibile e netto un unico foro di proiettile a una tempia, vicino all’ occhio.          
 La giovane e coraggiosa sorella, in preda  al dolore  e alla disperazione si recò presso la  caserma dei carabinieri , nel centro storico di Nocera, e lì  incontrò  proprio il  Collarini al quale gridò: “Tu hai ammazzato mio fratello!” E questi : “Chi te l’ ha detto?” Collarini scese le scale e tornò con il maresciallo della milizia , quindi Daria inveì di nuovo contro di lui e i fascisti. Il maresciallo: “Come ti permetti di insultare le persone? Chi ti ha detto che Collarini ha ucciso tuo fratello?” “Me lo dice il cuore” rispose Daria. “Tuo fratello è morto, ma senza onore.” Al ché Daria continuò con frasi pesanti , una delle quali poteva toccare  proprio  l’orgoglio dei fascisti: “Se credete a un ideale perché non andate a combattere dov’è il fronte…invece di…? Gli hanno rubato anche il portafogli che aveva nelle tasche !”  Di conseguenza, fu  trattenuta e arrestata. Lo stesso Collarini fu incaricato della sua custodia.  La madre di Daria, Francesca Contardi,  venuta a sapere del colpo di testa della figlia , accorse con diversi paesani e conoscenti,  si raccomandò ad alcuni  influenti  fascisti di Nocera  (Lacchi, Stefanelli ,Trinca). Insieme a diverse persone , si recò su in piazza  Caprera , dove  era la sede dei carabinieri , e quindi   Daria  fu rilasciata.
Passato il fronte, Collarini venne catturato e detenuto nella stessa caserma dove aveva fatto servizio, sotto la  custodia dei partigiani locali.  Qui avvenne il fatto che Ennio Leonardi detto Leni racconta nell’intervista del 1994.  Daria, infatti, si recò  alla caserma e,  con  insistenti preghiere e dopo essere stata perquisita, riuscì a  vedere il Collarini. L’incontro fu altamente  drammatico.  La ragazza disse tutte le parole che le vennero in mente,   provò anche a colpire il detenuto con graffi e cazzotti, gli strappò perfino  il crocefisso dal collo . Gli chiese, tra l’altro, se  il fratello avesse sofferto e questi gli rispose  di no, che era morto subito. Collarini si portò le mani alla faccia e chiese perdono. Daria confessa che ebbe   compassione di lui.  Collarini raccontò i particolari e le parole pronunciate ( come sono state riportate più sopra nel racconto), cercando di scaricare la colpa sul Maresi .
Dopo la liberazione di Nocera, la famiglia Tribuzi invitò a  casa  il capo partigiano Pietro Bertè allo scopo di raccomandargli che   fosse fatta giustizia. Racconta che in  quell’ occasione all’ospite fu offerto un frugale pranzo a base di minestra che - racconta Daria - il Bertè mostrò di gradire. Finita  la guerra, al processo che ebbe luogo a Perugia a carico dei due responsabili, Daria invitò il Collarini a ripetere quello che  aveva a lei raccontato  nel drammatico colloquio presso la  caserma di Nocera. Questi raccontò e confermò. Maresi, da parte sua,  negava di aver inveito sparando  sul cadavere . Collarini ebbe 25 anni e il Maresi 10, ma sembra che i due fascisti  scontarono la pena solo per poco tempo, forse un anno o poco più.   
Daria Tribuzi nel 1947
 Sull’edicola eretta nel luogo dell’eccidio compariva una frase   che, negli anni  Settanta,   i famigliari hanno ritenuto  opportuno cancellare; infatti fu ricoperta con intonaco  l’ ultima  parte dell’ epigrafe, dove erano scritte le seguenti parole ” La maledizione dei genitori ricada sugli assassini  Maresi Roberto di Annifo  e Collarini Giulio di Gualdo Tadino”. Di Giulio Collarini si conoscono poche cose. Daria dice che la sua età, all’epoca del fatto era attorno ai  25 anni. Di Roberto Maresi si sa che, nel dopoguerra, si trasferì nella Maccarese ed è morto a  Palidoro, alcuni anni fa. L’atto di morte del povero Giovanni fu redatto pochi giorni dopo il fatto,  quando ancora vigeva il terrore nazifascista. Nel cartellino anagrafico  del comune  venne  riportata  la seguente formula ,  alquanto  vaga : “Per morte causata da: azione di fuoco da parte  di un gruppo di militi in servizio di rinforzo a Nocera  Umbra.”



PER LA VERITA’

Questa qui sopra è la ricostruzione al meglio  dei fatti e del contesto che vide la morte del giovane Giovanni Tribuzi il 2 aprile del 1944, così come è stato possibile ricostruirla sulla base della testimonianza resa allo scrivente dalla sorella di Giovanni Tribuzi, Daria, nell’ anno 2004. Daria Tribuzi aveva assistito al processo avvenuto a Perugia a carico dei due responsabili, dunque aveva potuto ascoltare in prima persona  le deposizioni e confessioni degli autori dell’eccidio. È il caso di aggiungere che fin dall’epoca dei fatti,  tra le persone del luogo (Nocera, Stravignano  e Sorifa), i racconti e le circostanze della morte di Giovanni sono notori, assodati  e concordanti. L’articolo qui sopra, risalente al 2004,  è ricompreso nel libro “La memoria innanzitutto” pubblicato a mio nome nell’anno 2015.

Due anni fa Aldo Cacciamani mi segnalò il sito del cosiddetto  “Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia” (http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2240) dove, alla voce Nocera Umbra, apparivano delle notizie scorrette ed incomprensibili, specialmente sul caso di Giovanni Tribuzi. Me ne interessai, presi informazioni. Così si legge in questo sito:
Il Governo della Repubblica Federale Tedesca si è impegnato a finanziare una serie di iniziative tese a valorizzare la storia e la memoria dei rapporti fra i due paesi nel corso del conflitto, con l’istituzione presso il Ministero federale degli affari esteri di un “Fondo italo-tedesco per il futuro”. Rientra fra queste iniziative la presente ricerca, promossa in collaborazione dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), che ha permesso di definire un quadro completo degli episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il 1945.  Descrizione: Una puntata di rastrellamento condotta dai militi del presidio GNR di Nocera Umbra coglie il 2 aprile (Domenica delle Palme), ai margini della strada fra le frazioni di Sorifa e Stravignano, un pattuglia di sette partigiani (di cui uno disarmato) della 4. brigata Garibaldi “Foligno”, con alla testa Giacinto Cecconelli, comandante del battaglione “Goffredo Mameli” di quella formazione. Nello scontro al fuoco questi rimane ferito, ma riesce a scappare e proseguire l' attività; viene ferito più gravemente il partigiano Giovanni Tiburzi (sic) che non riesce a muoversi. Raggiunto dai militi, è a lungo percosso e seviziato e infine ucciso con una scarica di mitra. Non è dato sapere quanto a lungo sia stato impedito a familiari e paesani di andare a raccogliere il cadavere.   Tiburzi (sic) Giovanni di Giulio e Contardi Francesca, nato a Nocera Umbra il 12/10/1923 (sic), residente in frazione Case Basse, operaio saldatore, celibe, renitente, partigiano; riconosciuto partigiano della 4. brigata Garibaldi “Foligno” dal 20 dicembre 1943 al 17 aprile 1944, «militare – morto in combattimento a Nocera».   Qui risultano errate non solo  il giorno di nascita e il cognome del Tribuzi ( che poi sono state rettificati), ma appaiono talmente evidenti le discordanze che non è nemmeno necessario commentarle. Presi contatto con la Redazione del progetto “Atlante” segnalando le inesattezze, che ci sembravano addirittura delle notizie inventate di sana pianta, o perlomeno  frutto di una grande confusione.
Dopo una lunga corrispondenza con la redazione di quel progetto e con il prof. Paolo Pezzino,  durata oltre un anno,  e dopo aver fornito tutte le notizie, pubblicazioni, documentazione e testimonianze, la scorsa estate mi perviene  la lettera email conclusiva  del detto professore, che in sostanza dice “ Vista la documentazione concordo con l’autore delle schede;  libero di contestare come crede nelle sedi opportune l’attribuzione della qualifica di partigiano “
 Non è dato sapere quale sia la documentazione fornita dall’autore delle schede; inoltre sembra che il professore sia stato molto distratto, avendo inteso che fosse contestata solo la qualifica di partigiano e non l’intera rappresentazione del fatto.
La cosa è a dir poco sorprendente. Paolo Pezzino è un eminente professore dell’università di Pisa, autore di  diversi libri , e in  tale progetto ( Atlante) riveste il ruolo di direttore scientifico (sic) . Ho  ritenuto a quel punto di cessare la corrispondenza anche per evitare di dire apertamente ( come è mia abitudine) al prof. Pezzino  ciò che pensavo e  per non essere offensivo o irrispettoso verso tale personalità. Non è escluso che dovrò farlo, magari in questi termini: “Complimenti, prof. Pezzino, per il vs metodo altamente  scientifico! Così scientifico da ignorare l’evidenza!”
Agli autori di questo progetto avevo  già detto: “Fate  attenzione, siate più precisi,  perché state usufruendo di denaro pubblico; mentre io non sono pagato da nessuno…”
Probabilmente per questo se la sono presa a male e si sono trincerati. Immagino che, in sostanza, questi signori  coltivano il loro orticello e lo difendono dalle intrusioni fastidiose.
 Le notizie riguardanti Nocera Umbra ( le schede compilate) sono state fornite da un giovane ricercatore di Perugia ( allievo, credo,  del prof. Nardelli),  il quale non ha fatto altro che copiarle (peraltro con poca fatica) dai documenti del CLN conservati presso l’ ISUC. Quindi ha preso queste notizie, senza assumere altre informazioni e senza fare un minimo di  ricerca in loco sui casi specifici. Per la verità  ci ha messo anche del suo pasticciando sul cognome e sulla data di nascita del Tribuzi,  sostenendo di aver fatto un’apposita verifica anagrafica presso il comune di Nocera (Allora sarebbero sbagliate anche le risultanze anagrafiche del comune!)
Sappiamo bene che i documenti del CLN vanno presi con le pinze, anche perché è comprensibile  come nelle difficoltà e confusione  del 1944 e dopoguerra  gli errori fossero fisiologici. Giovanni Tribuzi  nei documenti del CLN di Perugia risulta annoverato come partigiano caduto in combattimento. Conosciamo anche la storia delle commissioni regionale per il riconoscimento dei partigiani, che è durata alcuni anni e tra infinite e pesanti polemiche. Si può immaginare come tali commissioni abbiano avuto la tendenza a sancire la qualifica di Partigiano ad un alto  numero di persone (ad esempio per amplificare il fenomeno della Resistenza),  spesso per scopi nobili, a volte per scopi meno nobili. Uno scopo nobile  sarebbe stato quello di favorire un futuro riconoscimento  economico  alle famiglie delle vittime, non solo nei casi  di  caduti in combattenti mento, ma anche nei casi  di  vittime civili che non c’entravano affatto con la Resistenza. Riguardo agli scopi meno nobili dobbiamo  dire che non è il caso di parlarne qui; necessiterebbe un’apposita discussione  a  parte. Non si tratta di revisionismo storico o di negazionismo, ma solo di onestà intellettuale e di rispetto della verità.

(Pietro Nati)