giovedì 13 aprile 2017


Lo scontro a fuoco del 2 aprile 1944



Rolando  Buono
Il 2 di aprile 1944, domenica delle palme,  tra Stravignano e Sorifa ,  ebbe luogo  quello che potremmo definire lo scontro a fuoco più rilevante  tra  patrioti e fascisti repubblicani  nel territorio  di Nocera Umbra. Rilevante  per questi  motivi : a differenza di altre azioni ,  colpi di mano  e  limitate sparatorie, questo avvenne in un campo aperto e  vasto, ebbe una durata più lunga e vi fu coinvolto un consistente numero di persone. Ricostruirne con esattezza  dinamica  e svolgimento sarebbe pressoché impossibile.
Dobbiamo attenerci principalmente a quanto ha raccontato, in un’intervista registrata nei primi anni settanta,   il  compianto Rolando Buono, persona onesta  e attendibile, oltre che buon conoscitore della zona.

Per avere  un’idea più concreta dell’ avvenimento si dovrebbe  prendere un’ accurata  visione del luogo . Questo è situato  tra  il paese di Stravignano e il colle di Sorifa chiamato Serrone; tra  questi è situata l’ altra collina  con il bosco chiamata Costa del re  ( nota ai raccoglitori di asparagi) che guarda verso sud-est. Detta altura , che a nord-ovest va a   congiungersi con la parte alta  di Stravignano,  è per metà cinta  a mezza costa dalla attuale strada provinciale  fino al cosiddetto Ponte Vallerice, dove la valle si fa più stretta . Siamo ai primi di aprile e bisogna tenere presente che  i boschi   non sono  ancora rinverditi. Quell’anno la stagione primaverile era  assai in ritardo; e questa è una circostanza  non trascurabile, che  senza dubbio  ha condizionato l’ andamento delle operazioni  partigiane durante i mesi di aprile e maggio . La macchia della  Costa del Re ,  è  molto  ripida  ed allora   particolarmente povera, quindi poco   adatta   ad offrire  riparo e nascondiglio.
Si può supporre, con ogni approssimazione,  che  la vicenda si  svolse  nella seguente maniera .    I pochi patrioti che quella mattina del 2 aprile 1944 si trovavano nel paesetto di Sorifa , uditi  i primi spari provenienti da Stravignano , con tutta fretta raggiunsero il  Ponte Vallerice, nel punto dove la strada fa una curva a gomito; e da qui presero a salire sull’ erta   collina della Costa del re.  Tre di essi si spostarono più in basso verso nord ,  e cioè poco sopra l’ altra curva semicircolare della strada  chiamata Curva di Numile, posta  in corrispondenza dell’ attuale diga di Acciano  . I tre partigiani  si ritirarono quasi subito più a monte permettendo, il tal modo,  il  transito indisturbato  dei rinforzi fascisti autocarrati che  quindi poterono raggiungere  il Ponte vallerice.  Intanto alcuni  repubblichini provenienti dalla parte alta  di Stravignano avevano già  guadagnato  la sommità del boschetto della Costa del re. I partigiani che si trovarono poco più che a mezza costa  restarono  presi tra due fuochi, e cioè  tra  questi   repubblichini  in alto e gli altri che avevano preso posizione nella strada giù  a valle .  Di  conseguenza la migliore via di fuga o sganciamento, cioè quella in direzione del monte Faeto, restò preclusa ai partigiani, anche perché il bosco nudo non dava sufficiente riparo al loro movimento .  Questa può essere la spiegazione più logica del loro “accerchiamento”.
 Dopo 2 o 3 ore di sparatoria fu decisivo l’ intervento della   squadra di  Bertè che,  dalla prospiciente  collina  di Sorifa   ( nella  località detta Mucchi sassi ) potette utilizzare la mitragliatrice; questo  fu sufficiente a mettere  in fuga i repubblichini. Dalle fonti d'informazione si può  stimare che da parte fascista vi intervennero  almeno una ventina di uomini, forse trenta. I patrioti , prima dell’ arrivo del  distaccamento  di Pietro Bertè, potrebbero essere stati al massimo in numero di dieci . Questi  sarebbero i dieci protagonisti :  Giacinto  Cecconelli  di Foligno, comandante del battaglione Mameli, Angelo Masetti di Foligno, comandante della squadra ( prima di Sandro ),  Rolando Buono,  il triestino Franco Kenda,  Aleandro Vitali di Boschetto di Gualdo Tadino  ,  Bepi il sudafricano, Aurora Pascolini , un non meglio identificato Cicchillino di Foligno, Giulio Balestreri di Cremona  e un altro cremonese che poteva essere  Aldo Ronchi o Paolo Ferrari.
Quelle che seguono sono le testimonianze che è stato possibile  raccogliere a distanza di tanti anni; sono spesso frammentarie e lacunose, a volte contraddittorie , ciononostante    di estremo interesse. Rolando Buono, nell’ intervista  degli anni settanta, riportata nel libro del nocerino Pietro Rondelli 10 mesi a Nocera, Edimond 2004  , ricostruisce la vicenda nel modo seguente . Un’altra azione fu qui vicino. Il distaccamento era fuori. Nella sede c’ero io e il carabiniere di Gualdo Tadino di cui non ricordo il nome, comunque un ex carabiniere di Gualdo Tadino, Franco, Cicchillino di Foligno,  il negro sudafricano e altri due di Ferrara e di Cremona, il tedesco non c’era. Avevamo un tedesco disertore aggregato con noi, quello che poi morì a Collecroce. Eravamo in otto con Cecconelli, sentimmo sparare verso Stravignano, i fascisti che erano venuti per catturare i ragazzi renitenti alla leva o qualcosa del genere…Arrivarono su due di Stravignano ad avvertirci. Partimmo subito al comando di Cecconelli, era venuto da Serre di Mosciano, sono due passi; arrivò senza pistola, senza niente, gli detti la mia . Io avevo un parabellum, Cicchillino e altri solo il moschetto; quindi di armi automatiche solo il mio parabellum; la squadra era fuori e altre armi non ce ne erano. Da lì venimmo giù e ci appostammo ( ricordo anche Angelo Masetti che faceva parte della squadra), tre si appostarono sopra la prima curva di Stravignano andando giù a destra ( dove è caduto l’ aereo), e scoprivano la strada dalla parte di là.; altri cinque stavamo sopra. I primi a incontrarsi coi fascisti  furono  i tre, Masetti, il negro e Franco; noi eravamo più in alto e non avevamo ancora superato la collina quando cominciammo a sentire le raffiche.
Franco Kenda
I fascisti  avevano ferito un ragazzo di Stravignano ad una coscia; era uno del collegio di Bagni che era sposato con una del posto e lo stavano portando via. Masetti dette loro l’ altolà invece di sparare subito, loro invece spararono e fu costretto a ritirarsi. Fu un altro errore, forse il più grave; Masetti si scusò dicendo che aveva paura di colpire un ferito, ma a distanza ravvicinata com’era, non era possibile sbagliare. Queste sono comunque considerazioni, ma da quella volta fu allontanato dalla Brigata. A questi fascisti poi si unirono altri, venuti su nel frattempo. Una ventina vennero su per il fosso e ci circondarono. C ’erano Bianchini, Maresi, Collarini; questi nomi l’ ho saputi dopo. Cecconelli ci disse : Siamo pochi, non possiamo far fronte”; ci circondarono nella macchiarella . Nel frattempo avevamo mandato Aurora a chiamare il distaccamento di Bertè; che ci fossero venuti in aiuto.

Il ritiro di Masetti provocò il nostro accerchiamento perché  ancora non eravamo arrivati in posizione giusta. Cecconelli, con la mia pistola, ci ordinò di fermarci per trattenere i fascisti a me e a Franco , gli altri cinque li fece sganciare in attesa dell’ arrivo di Bertè. Tutto questo durò circa tre ore, tre ore e mezzo. Intanto cominciavano a passare gli aerei che andavano a bombardare Valtopina e che non c’entravano niente con noi, ma ci passavano sopra molto bassi. I fascisti si trattenevano dall’uscire allo scoperto e muoversi altrimenti ci avrebbero potuto fare a pezzi. Eravamo tre contro una ventina, avremmo dovuto fare come la lepre, da un cespuglio all’ altro, ma il luogo era ristretto e il bosco non molto alto.
 Fu quel giorno che uccisero Giovanni Tribuzi e c’erano altri due o tre ragazzi nascosti nella macchia, ma non lo sapevamo. In conclusione li tenni a bada abbastanza con il parabellum, perché sentivano l’arma automatica. Cecconelli fu ferito a un piede, a me con una raffica mi portarono via la bustina ( fu il caporalmaggiore Bianchini con un mitragliatore ’91). In sostanza per circa tre ore li tenni a bada, soprattutto quelli che stavano dalla parte del ponte, si erano messi sotto la scarpata della strada e come tentavano  di uscire  gli spedivo una raffichetta. Avevo tre caricatori. Sopra, il povero Bianchini mi sparava, stava nascosto dietro un bel sasso, io ero nella macchia e come potevo, gli spedivo tre o quattro colpi. Poi ci spostavamo continuamente per dare l’impressione di essere in parecchi. Eravamo ridotti a brandelli. A un certo punto arrivò il gruppo di Bertè che si appostò da Sorifa ai Mucchi dei sassi, portarono la mitraglia  e appena i fascisti sentirono cantare la mitragliatrice si sganciarono. Durante le tre ore, della morte di Giovanni non ce ne accorgemmo, lo sapemmo dopo, perché loro sparavano, noi sparavamo e quello che avveniva sulla costa della strada non potevamo né  vederlo , nè sentirlo; sentivamo solo spari. Seppi solo che questo ragazzo, al momento dei primi spari, scese giù dalla macchia alzando le mani e dicendo ai fascisti che era un renitente alla leva , gridando però che non era un partigiano e che i partigiani erano sopra.
Aurora Pascolini (1918-2009) . “Quando subimmo l’ attacco dei fascisti    eravamo Cecconelli , Buono ed io. Stavamo  a Sorifa bassa  , presso lo spaccio, salimmo verso la parte alta. Loro andavano verso il basso  rischiando di rimanere imbottigliati. Io non avevo nozioni di arte militare , ma capii che era un errore, glielo dissi.  Io non potei  dargli man forte  perché avevo con me solo la pistola 7,65; perciò decisi di correre a chiamare rinforzi. Rolando mi lasciò il suo portafoglio , convinto di lasciarci la pelle.”  Aurora racconta di essere scappata per andare a chiedere aiuto. Corse giù in basso a valle, trovò un dirupo, dei ruderi, attraversò un fosso, rischiava di essere trasportata dalla corrente del torrente. Sapeva fischiare molto bene, fischiò e arrivò il gruppo Bertè dalla  Serra di Mosciano; la tirarono fuori bagnata. Andate là; quelli si fanno ammazzare!”
Giulio Balestreri (Cremona 1925) , scavando nella sua memoria , racconta così. Raggiungemmo la collina della Costa del re  percorrendo, non l’ attuale strada provinciale, quindi arrivati nella valle del   Fosso vallerice  cominciammo  a salire sulla Costa del Re. Venni a trovarmi  di fronte ad un repubblichino isolato,  entrambi sparammo quasi contemporaneamente, nessuno fu colpito e quindi il fascista scappò. Un colpo portò via il cappello a Rolando. Cecconelli fu ferito a un piede  . Poi  ci ritirammo riparandoci dietro alcuni  mucchi di sassi e  fosse scavate per impiantare ulivi   e tornammo a Sorifa. Non  ero sul posto quando fu ucciso il giovane Giovanni Tribuzi.  Non ricordo della presenza di Aurora , forse era in alto , sulla collina di Sorifa … ma  non so poi dove sia andata,  o scappata  per tirarsi dietro il fuoco dei fascisti…
Ennio Leonardi Leni ( 1925-1999, Argentina), da un’ intervista del 1994.
D.  Tu c’eri quel giorno che ammazzarono Tribuzi?  R.  No , non c’ eravamo, stavamo dall’ altra parte di Nocera, perché ci avevano detto che i fascisti…  stavamo dall’ altra parte di Nocera..  tutti stavamo là, qui ce ne erano pochi,  qualcuno che stava infermo…     Quando l’ abbiamo saputo siamo venuti,  ma già non c’erano più i fascisti.  D. Quindi non sai niente di questa sparatoria.  Come mai i partigiani erano sulla Costa del re, posizione non adatta per attendere i fascisti ?  R.  Non saprei. Quando dovevamo fare un’ azione, per esempio quella donna, Aurora, non ci veniva. Il fratello sì, sempre ci accompagnava. 
Domenico  Tiburzi ( 1928 ) di Stravignano , ci fornisce questi frammenti di memoria . Quella mattina, stavano ferrando le vacche. Arrivarono fascisti, senza tedeschi,  su due motocarrozzette. Vennero sulla  parte alta di Stravignano , spararono dalla strada, sotto casa di Stefano Riboloni. Smettemmo il lavoro con le vacche. I giovani lassù erano tre: Giovanni, Nicolino  e Antonio . Da sopra casa di Settimio Riboloni  spararono sul colle di fronte, colpirono ad una gamba Nicola Prosdocimo. I repubblichini chiesero uomini per portare giù il ferito. Enrico Tiburzi, che aveva in braccio il figlio Rino ,  si tirò indietro con una scusa e si offrì suo padre. Andarono inoltre Amedeo e Umberto Riboloni .  Antonio andò verso  valle,  quando era giù nella strada dell’  Esca gli spararono, senza colpirlo. Più tardi venne  Pizzicotto  che disse : “Sapete  che è successo?" C’è un morto sulla strada   presso  ponte Vallerice !
Nicola Prosdocimo ( Argentina ) ci fa sapere che quella mattina si stava radendo. Giovanna Serrani,  sua moglie, avvertì che stavano arrivando i fascisti.  Nicola asserisce che  gli spararono dalla strada giù in basso, vicino alla località chiamata Sassoio;  che egli ebbe  anche modo di vedere colui gli sparò. Fu trasportato giù nel paese da alcuni compaesani tra cui Umberto Riboloni  e Mimmo.   Fu  interrogato dai repubblichini. Dichiarò di essere della GILE  e mostrò un tesserino. Fu portato all’ospedale di Gualdo Tadino sotto scorta dei militi fascisti, quindi poi a  quello di Perugia. Aveva riportato una ferita grave alla coscia. Per questo ricevette una  pensione.  Dopo la guerra emigrò con la moglie in Argentina, dove continuò a percepire una discreta pensione.  La testimonianza di Daria Tribuzi  è riportata nel racconto dedicato all’assassinio del fratello Giovanni.


Settimio Riboloni (1933) , ancor oggi con buona memoria,  è in grado di testimoniare quanto segue. Avevo undici anni e  quella mattina stavo nel paese. Ricordo che i fascisti arrivarono all’improvviso , vicino alla casa di Febo   scesero in molti da una vettura e subito cominciarono a sparare. Restai paralizzato dalla paura, un soldato mi  gridò : “Vai dentro casa !” Allora entrai  in casa di Fortunato Stopponi.  Giovanni Tribuzi stava in casa della  sorella Orlanda.  Uscì  subito e disse :  “Adesso dove vado ?”  Mi passò davanti e corse oltre casa mia, che sta in alto alla fine del paese. Seppi che avevano sparato a Nicola Prosdocimo dall’aia di Ferri, nel centro di Stravignano, ma posso sbagliare. Da sopra  casa mia spararono anche a  mio fratello Orlando Riboloni ( 1919 ) e a Stefano Riboloni ( 1924 ), senza colpirli.  Amedeo e Umberto Riboloni, insieme ad altri,  andarono a recuperare  Nicolino ferito ,  lo trasportarono su una scala di legno  . Quest'Antonio a cui spararono giù in basso e che  riuscì a scappare verso la valle della diga, non era di Stravignano; può trattarsi di  Antonio Tesauri di Casebasse. Pizzicotto di cui parla Domenico Tiburzi potrebbe  essere uno dei fratelli Agostini di Stravignano.  Non ricordo di aver visto arrivare i fascisti su motocarrozzette. Filippo Buratti ( 1933 ) che abitava a Capanne non  ricorda di aver udito la sparatoria, ma ricorda chiaramente di aver visto  transitare verso Bagni  almeno due camion carichi di fascisti  che venivano  cantando.
Guerrino Ansuini  detto Rino (1930 )  di Sorifa cognato di Rolando Buono,  ricorda quanto segue.  Io e altri ragazzi coetanei  salimmo  verso il colle della Serra per  vedere quello che succedeva. Qualcuno, un partigiano, forse Cighirino ( Franco Kenda ) che era presso i ciliegi di Mennecone,  ci gridò  di andarcene e mi pare che  sparò in aria alcuni colpi.  Scendemmo  e andammo  lungo la strada del Serrone fino alla località detta mucchi sassi  per poter osservare .  Ricordo  che  poi quel partigiano di colore (sudafricano) diceva : “Comandante scapparo, scapparo anch’io.”
 Angelo Nati di Sorifa ( 1919-1994 ) uditi  degli spari  andò  nella località Mucchi sassi che si trova sulla collina di Sorifa  a mezza costa,  dirimpetto alla  collina Costa de re dove avvenne lo scontro. Racconta che come si sporse per osservare  pervennero verso di lui  delle fucilate dei fascisti dalla curva di Numile .  Giacinto Cecconelli  (1919-2008), in un’ intervista telefonica del 2004 ,  dice:   “Riguardo a quest’ azione posso dirti ben poco; negli   anni   la mia memoria ha sfrondato molti  dettagli e ricordi.”
 Nel  Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana  del 12 aprile 1944 si legge :  “Il 2 corrente, alle ore 11, in località Bagni-Sorifa  del comune di Nocera Umbra, circa 200 ribelli; suddivisi in varie squadre, muniti di armi automatiche, attaccarono di sorpresa la locale casermetta della G.N.R.  presidiata da 20 legionari. Dopo  4 ore di combattimento i militi riuscirono a disperdere le bande che lasciarono sul terreno un morto e un ferito. Si ritiene che le perdite dell’avversario siano state superiori. Nessuna perdita da parte nostra.” E sempre dallo stesso  Notiziario  del giorno 12 aprile : “Giunge ora notizia che il 1° corrente, una pattuglia del distaccamento di Nocera Umbra (Perugia) , venne attaccata in località Vasogna da preponderanti forze ribelli. L’ energica reazione dei legionari valse però a mettere in fuga gli aggressori, che lasciarono sul terreno un morto e due feriti. Il giorno successivo in località Bagni di Sorifa, altra pattuglia della G.N.R. mise in fuga un nucleo di banditi che lasciarono nelle nostre mani un morto e un ferito. Lo stesso giorno nella medesima località, elementi ribelli tentarono di aggredire nostri militi. Anche questa volta i legionari reagirono energicamente, infliggendo perdite agli aggressori di circa 15 persone tra morti e feriti.”
Risulta evidente l’ infondatezza delle notizie e l’ esagerazione dei dati che leggiamo in questo  organo ufficiale di informazione . Come è facile intuire  ciò era dovuto a pure esigenze di propaganda del partito  fascista repubblicano, ovvero della repubblica fantoccio di Salò.


( Pietro Nati- Dal libro "La memoria innanzitutto")




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