Lo
scontro a fuoco del 2 aprile 1944
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| Rolando Buono |
Dobbiamo
attenerci principalmente a quanto ha raccontato, in un’intervista registrata
nei primi anni settanta, il compianto Rolando Buono, persona onesta e attendibile, oltre che buon conoscitore
della zona.
Per
avere un’idea più concreta dell’
avvenimento si dovrebbe prendere un’
accurata visione del luogo . Questo è situato
tra
il paese di Stravignano e il colle di Sorifa chiamato Serrone; tra questi è situata l’ altra collina con il bosco chiamata Costa del re ( nota ai
raccoglitori di asparagi) che guarda verso sud-est. Detta altura , che a nord-ovest
va a congiungersi con la parte alta di Stravignano, è per metà cinta a mezza costa dalla attuale strada provinciale fino al cosiddetto Ponte Vallerice, dove la valle si fa più stretta . Siamo ai primi
di aprile e bisogna tenere presente che
i boschi non sono ancora rinverditi. Quell’anno la stagione
primaverile era assai in ritardo; e
questa è una circostanza non trascurabile,
che senza dubbio ha condizionato l’ andamento delle
operazioni partigiane durante i mesi di
aprile e maggio . La macchia della Costa del Re , è molto
ripida ed allora particolarmente povera, quindi poco adatta ad offrire riparo e nascondiglio.
Si può
supporre, con ogni approssimazione, che la
vicenda si svolse nella seguente maniera . I pochi patrioti che quella mattina del 2
aprile 1944 si trovavano nel paesetto di Sorifa , uditi i primi spari provenienti da Stravignano , con
tutta fretta raggiunsero il Ponte Vallerice, nel punto dove la
strada fa una curva a gomito; e da qui presero a salire sull’ erta collina
della Costa del re. Tre di essi si spostarono più in basso verso
nord , e cioè poco sopra l’ altra curva
semicircolare della strada chiamata Curva di Numile, posta in corrispondenza dell’ attuale diga di
Acciano . I tre partigiani si ritirarono quasi subito più a monte permettendo,
il tal modo, il transito indisturbato dei rinforzi fascisti autocarrati che quindi poterono raggiungere il Ponte vallerice. Intanto alcuni repubblichini
provenienti dalla parte alta di
Stravignano avevano già guadagnato la sommità del boschetto della Costa del re. I partigiani che si
trovarono poco più che a mezza costa
restarono presi tra due fuochi, e
cioè tra
questi repubblichini
in alto e gli altri che avevano
preso posizione nella strada giù a valle
. Di
conseguenza la migliore via di fuga o sganciamento, cioè quella in
direzione del monte Faeto, restò
preclusa ai partigiani, anche perché il bosco nudo non dava sufficiente riparo al loro movimento . Questa può essere la spiegazione più logica
del loro “accerchiamento”.
Dopo 2 o 3 ore di sparatoria fu decisivo l’
intervento della squadra di Bertè
che, dalla prospiciente collina
di Sorifa ( nella località detta Mucchi sassi ) potette utilizzare la mitragliatrice; questo fu sufficiente a mettere in fuga i repubblichini.
Dalle fonti d'informazione si può
stimare che da parte fascista vi intervennero almeno una ventina di uomini, forse trenta. I
patrioti , prima dell’ arrivo del
distaccamento di Pietro Bertè,
potrebbero essere stati al massimo in numero di dieci . Questi sarebbero i dieci protagonisti : Giacinto
Cecconelli di Foligno, comandante
del battaglione Mameli, Angelo
Masetti di Foligno, comandante della squadra ( prima di Sandro ), Rolando Buono,
il triestino Franco Kenda,
Aleandro Vitali di Boschetto di Gualdo Tadino , Bepi il sudafricano, Aurora Pascolini , un non
meglio identificato Cicchillino di
Foligno, Giulio Balestreri di Cremona e
un altro cremonese che poteva essere Aldo
Ronchi o Paolo Ferrari.
Quelle
che seguono sono le testimonianze che è stato possibile raccogliere a distanza di tanti anni; sono
spesso frammentarie e lacunose, a volte contraddittorie , ciononostante di estremo interesse. Rolando Buono, nell’
intervista degli anni settanta, riportata
nel libro del nocerino Pietro Rondelli 10
mesi a Nocera, Edimond 2004 ,
ricostruisce la vicenda nel modo seguente . Un’altra azione fu qui vicino. Il
distaccamento era fuori. Nella sede c’ero io e il carabiniere di Gualdo Tadino
di cui non ricordo il nome, comunque un ex carabiniere di Gualdo Tadino,
Franco, Cicchillino di Foligno, il negro sudafricano e altri due di Ferrara e
di Cremona, il tedesco non c’era. Avevamo un tedesco disertore aggregato con
noi, quello che poi morì a Collecroce. Eravamo in otto con Cecconelli, sentimmo
sparare verso Stravignano, i fascisti che erano venuti per catturare i ragazzi
renitenti alla leva o qualcosa del genere…Arrivarono su due di Stravignano ad
avvertirci. Partimmo subito al comando di Cecconelli, era venuto da Serre di
Mosciano, sono due passi; arrivò senza pistola, senza niente, gli detti la mia
. Io avevo un parabellum, Cicchillino e
altri solo il moschetto; quindi di armi automatiche solo il mio parabellum; la
squadra era fuori e altre armi non ce ne erano. Da lì venimmo giù e ci
appostammo ( ricordo anche Angelo Masetti che faceva parte della squadra), tre
si appostarono sopra la prima curva di Stravignano andando giù a destra ( dove
è caduto l’ aereo), e scoprivano la strada dalla parte di là.; altri cinque
stavamo sopra. I primi a incontrarsi coi fascisti furono
i tre, Masetti, il negro e Franco; noi eravamo più in alto e non avevamo
ancora superato la collina quando cominciammo a sentire le raffiche.
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| Franco Kenda |
Il ritiro di Masetti provocò il nostro accerchiamento perché ancora non eravamo arrivati in posizione giusta. Cecconelli, con la mia pistola, ci ordinò di fermarci per trattenere i fascisti a me e a Franco , gli altri cinque li fece sganciare in attesa dell’ arrivo di Bertè. Tutto questo durò circa tre ore, tre ore e mezzo. Intanto cominciavano a passare gli aerei che andavano a bombardare Valtopina e che non c’entravano niente con noi, ma ci passavano sopra molto bassi. I fascisti si trattenevano dall’uscire allo scoperto e muoversi altrimenti ci avrebbero potuto fare a pezzi. Eravamo tre contro una ventina, avremmo dovuto fare come la lepre, da un cespuglio all’ altro, ma il luogo era ristretto e il bosco non molto alto.
Fu quel giorno che uccisero Giovanni Tribuzi e
c’erano altri due o tre ragazzi nascosti nella macchia, ma non lo sapevamo. In
conclusione li tenni a bada abbastanza con il parabellum, perché sentivano l’arma
automatica. Cecconelli fu ferito a un piede, a me con una raffica mi portarono
via la bustina ( fu il caporalmaggiore Bianchini con un mitragliatore ’91). In
sostanza per circa tre ore li tenni a bada, soprattutto quelli che stavano
dalla parte del ponte, si erano messi sotto la scarpata della strada e come
tentavano di uscire gli spedivo una raffichetta. Avevo tre caricatori.
Sopra, il povero Bianchini mi sparava, stava nascosto dietro un bel sasso, io
ero nella macchia e come potevo, gli spedivo tre o quattro colpi. Poi ci
spostavamo continuamente per dare l’impressione di essere in parecchi. Eravamo
ridotti a brandelli. A un certo punto arrivò il gruppo di Bertè che si appostò
da Sorifa ai Mucchi dei sassi,
portarono la mitraglia e appena i
fascisti sentirono cantare la mitragliatrice si sganciarono. Durante le tre
ore, della morte di Giovanni non ce ne accorgemmo, lo sapemmo dopo, perché loro
sparavano, noi sparavamo e quello che avveniva sulla costa della strada non
potevamo né vederlo , nè sentirlo;
sentivamo solo spari. Seppi solo che questo ragazzo, al momento dei primi
spari, scese giù dalla macchia alzando le mani e dicendo ai fascisti che era un
renitente alla leva , gridando però che non era un partigiano e che i
partigiani erano sopra.
Aurora
Pascolini (1918-2009) . “Quando subimmo l’ attacco dei fascisti eravamo Cecconelli , Buono ed io.
Stavamo a Sorifa bassa , presso lo spaccio, salimmo verso la parte
alta. Loro andavano verso il basso
rischiando di rimanere imbottigliati. Io non avevo nozioni di arte
militare , ma capii che era un errore, glielo dissi. Io non potei
dargli man forte perché avevo con
me solo la pistola 7,65; perciò decisi di correre a chiamare rinforzi. Rolando
mi lasciò il suo portafoglio , convinto di lasciarci la pelle.” Aurora racconta di essere scappata per andare
a chiedere aiuto. Corse giù in basso a valle, trovò un dirupo, dei ruderi,
attraversò un fosso, rischiava di essere trasportata dalla corrente del
torrente. Sapeva fischiare molto bene, fischiò e arrivò il gruppo Bertè
dalla Serra di Mosciano; la tirarono
fuori bagnata. “ Andate là; quelli si
fanno ammazzare!”
Giulio
Balestreri (Cremona 1925) , scavando nella sua memoria , racconta così. Raggiungemmo
la collina della Costa del re percorrendo, non l’ attuale strada
provinciale, quindi arrivati nella valle del Fosso vallerice cominciammo a salire sulla Costa del Re. Venni a trovarmi di fronte ad un repubblichino isolato, entrambi sparammo quasi contemporaneamente,
nessuno fu colpito e quindi il fascista scappò. Un colpo portò via il cappello
a Rolando. Cecconelli fu ferito a un piede
. Poi ci ritirammo riparandoci dietro
alcuni mucchi di sassi e fosse scavate per impiantare ulivi e tornammo a Sorifa. Non ero sul posto quando fu ucciso il giovane
Giovanni Tribuzi. Non ricordo della
presenza di Aurora , forse era in alto , sulla collina di Sorifa … ma non so poi dove sia andata, o scappata per tirarsi dietro il fuoco dei fascisti…
Ennio
Leonardi Leni ( 1925-1999, Argentina),
da un’ intervista del 1994.
D. Tu c’eri quel giorno che
ammazzarono Tribuzi? R. No
, non c’ eravamo, stavamo dall’ altra parte di Nocera, perché ci avevano detto
che i fascisti… stavamo dall’ altra
parte di Nocera.. tutti stavamo là, qui
ce ne erano pochi, qualcuno che stava
infermo… Quando l’ abbiamo saputo siamo venuti, ma già non c’erano più i fascisti. D. Quindi non sai niente di questa
sparatoria. Come mai i partigiani erano
sulla Costa del re, posizione non
adatta per attendere i fascisti ? R. Non
saprei. Quando dovevamo fare un’ azione, per esempio quella donna, Aurora, non
ci veniva. Il fratello sì, sempre ci accompagnava.
Domenico Tiburzi ( 1928 ) di Stravignano , ci fornisce
questi frammenti di memoria . Quella mattina, stavano ferrando le vacche.
Arrivarono fascisti, senza tedeschi, su
due motocarrozzette. Vennero sulla parte
alta di Stravignano , spararono dalla strada, sotto casa di Stefano Riboloni.
Smettemmo il lavoro con le vacche. I giovani lassù erano tre: Giovanni, Nicolino
e Antonio . Da sopra casa di Settimio
Riboloni spararono sul colle di fronte,
colpirono ad una gamba Nicola Prosdocimo. I repubblichini
chiesero uomini per portare giù il ferito. Enrico Tiburzi, che aveva in
braccio il figlio Rino , si tirò
indietro con una scusa e si offrì suo padre. Andarono inoltre Amedeo e Umberto
Riboloni . Antonio andò verso valle,
quando era giù nella strada dell’
Esca gli spararono, senza
colpirlo. Più tardi venne Pizzicotto che disse : “Sapete che è successo?" C’è un morto sulla
strada presso ponte Vallerice !
Nicola
Prosdocimo ( Argentina ) ci fa
sapere che quella mattina si stava radendo. Giovanna Serrani, sua moglie, avvertì che stavano arrivando i
fascisti. Nicola asserisce che gli spararono dalla strada giù in basso,
vicino alla località chiamata Sassoio; che egli ebbe
anche modo di vedere colui gli sparò. Fu trasportato giù nel paese da
alcuni compaesani tra cui Umberto Riboloni e Mimmo.
Fu interrogato dai repubblichini. Dichiarò di essere della GILE e mostrò un tesserino. Fu
portato all’ospedale di Gualdo Tadino sotto scorta dei militi fascisti, quindi
poi a quello di Perugia. Aveva riportato
una ferita grave alla coscia. Per questo ricevette una pensione. Dopo la guerra emigrò con la moglie in
Argentina, dove continuò a percepire una discreta pensione. La testimonianza di Daria Tribuzi è riportata nel racconto dedicato all’assassinio
del fratello Giovanni.
Settimio
Riboloni (1933) , ancor oggi con buona memoria, è in grado di testimoniare quanto segue. Avevo
undici anni e quella mattina stavo nel
paese. Ricordo che i fascisti arrivarono all’improvviso , vicino alla casa di
Febo scesero in molti da una vettura e
subito cominciarono a sparare. Restai paralizzato dalla paura, un soldato
mi gridò : “Vai dentro casa !” Allora
entrai in casa di Fortunato
Stopponi. Giovanni Tribuzi stava in casa
della sorella Orlanda. Uscì
subito e disse : “Adesso dove
vado ?” Mi passò davanti e corse oltre
casa mia, che sta in alto alla fine del paese. Seppi che avevano sparato a
Nicola Prosdocimo dall’aia di Ferri, nel centro di Stravignano, ma posso
sbagliare. Da sopra casa mia spararono
anche a mio fratello Orlando Riboloni (
1919 ) e a Stefano Riboloni ( 1924 ), senza colpirli. Amedeo e Umberto Riboloni, insieme ad altri, andarono a recuperare Nicolino
ferito , lo trasportarono su una scala
di legno . Quest'Antonio a cui spararono
giù in basso e che riuscì a scappare
verso la valle della diga, non era di Stravignano; può trattarsi di Antonio Tesauri di Casebasse. Pizzicotto di cui parla Domenico Tiburzi
potrebbe essere uno dei fratelli Agostini
di Stravignano. Non ricordo di aver
visto arrivare i fascisti su motocarrozzette. Filippo Buratti ( 1933 ) che abitava a Capanne non ricorda di aver udito la sparatoria, ma
ricorda chiaramente di aver visto
transitare verso Bagni almeno due
camion carichi di fascisti che venivano cantando.
Guerrino
Ansuini detto Rino (1930 ) di Sorifa cognato di Rolando Buono, ricorda quanto segue. Io e altri ragazzi coetanei salimmo verso il colle della Serra per vedere quello che
succedeva. Qualcuno, un partigiano, forse Cighirino ( Franco Kenda ) che era
presso i ciliegi di Mennecone, ci gridò
di andarcene e mi pare che sparò
in aria alcuni colpi. Scendemmo e andammo lungo la strada del Serrone fino alla località detta mucchi sassi per poter
osservare . Ricordo che
poi quel partigiano di colore (sudafricano) diceva : “Comandante
scapparo, scapparo anch’io.”
Angelo Nati di Sorifa ( 1919-1994 ) uditi degli spari andò nella località Mucchi sassi che si trova
sulla collina di Sorifa a mezza
costa, dirimpetto alla collina Costa
de re dove avvenne lo scontro.
Racconta che come si sporse per osservare
pervennero verso di lui delle
fucilate dei fascisti dalla curva di
Numile . Giacinto Cecconelli (1919-2008), in un’ intervista telefonica del
2004 , dice: “Riguardo a quest’ azione posso dirti ben
poco; negli anni
la mia memoria ha sfrondato molti
dettagli e ricordi.”
Nel
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 12 aprile 1944 si legge : “Il 2 corrente, alle ore 11, in località
Bagni-Sorifa del comune di Nocera Umbra,
circa 200 ribelli; suddivisi in varie squadre, muniti di armi automatiche,
attaccarono di sorpresa la locale casermetta della G.N.R. presidiata da 20 legionari. Dopo 4 ore di combattimento i militi riuscirono a
disperdere le bande che lasciarono sul terreno un morto e un ferito. Si ritiene
che le perdite dell’avversario siano state superiori. Nessuna perdita da parte
nostra.” E sempre dallo stesso
Notiziario del giorno 12 aprile :
“Giunge ora notizia che il 1° corrente, una pattuglia del distaccamento di
Nocera Umbra (Perugia) , venne attaccata in località Vasogna da preponderanti
forze ribelli. L’ energica reazione dei legionari valse però a mettere in fuga
gli aggressori, che lasciarono sul terreno un morto e due feriti. Il giorno
successivo in località Bagni di Sorifa, altra pattuglia della G.N.R. mise in
fuga un nucleo di banditi che lasciarono nelle nostre mani un morto e un
ferito. Lo stesso giorno nella medesima località, elementi ribelli tentarono di
aggredire nostri militi. Anche questa volta i legionari reagirono
energicamente, infliggendo perdite agli aggressori di circa 15 persone tra
morti e feriti.”
Risulta evidente l’
infondatezza delle notizie e l’ esagerazione dei dati che leggiamo in questo organo ufficiale
di informazione . Come è facile intuire
ciò era dovuto a pure esigenze di propaganda del partito fascista repubblicano, ovvero della
repubblica fantoccio di Salò.
( Pietro Nati- Dal libro "La memoria innanzitutto")


