L’ASSASSINIO DI GIOVANNI TRIBUZI
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| Giovanni Tribuzi |
Giovanni
Tribuzi era nato nel mese di ottobre del 1923, dunque nell’aprile del 1944 non aveva ancora compiuto
ventuno anni. Forse esonerato dal servizio militare, lavorava, presso l’aeroporto militare di Foligno, come operaio specializzato. La
mattina del 2 aprile 1944, domenica di passione, era a Stravignano, presso la sorella maggiore Orlanda. Questa
racconta che i repubblichini vennero
su verso il centro abitato passando per
la “casa di Febo”, poiché, secondo lei ,erano ben informati della presenza di
diversi giovani nel paese. Giovanni scappò sull’altura che sovrasta l’abitato,
Nicola Prosdocimo che era con lui fu raggiunto da un colpo di moschetto che lo ferì alla coscia e lo immobilizzò. Sembra
che fu risparmiato perché mostrò un cartellino e dichiarò di far parte della GILE
(figlio d'italiani all’estero). Venne recuperato da alcuni uomini del paese, tra cui
Amedeo e Umberto Riboloni , quindi trasportato all’ospedale di Gualdo Tadino
e poi a quello di Perugia.
Durante la prolungata
sparatoria tra i fascisti e i partigiani
di Giacinto Cecconelli, sulle colline tra Stravignano e Sorifa,
Giovanni scese dal bosco sulla strada
comunale, nei pressi della curva
nella località chiamata Ponte
Vallerice. Il partigiano Rolando
Buono (1925-1983) così racconta: “Durante
le tre ore, della morte di Giovanni Tribuzi non ce ne accorgemmo, lo sapemmo
dopo, perché loro sparavano, noi sparavamo e quello che avveniva sulla costa
della strada non potevamo nè vederlo nè sentirlo; sentivamo solo spari. Seppi
solo che questo ragazzo, al momento dei primi spari scese giù dalla macchia
alzando le mani e dicendo ai fascisti che era un renitente alla leva, gridando
però che non era un partigiano e che i partigiani erano di sopra”.
Non è facile spiegarsi
perché venne a cadere proprio nelle mani
dei fascisti, invece di scappare verso il monte o verso Sorifa. Forse egli credette, in buona fede, di
potersi presentare senza alcun timore,
avendo le carte in regola, infatti scese
sulla strada con le mani alzate. Non fu
colpito a vista ed ebbe modo di venire
di fronte ai militi e di dire le sue ragioni . “ Io non c’entro
niente… Io lavoro come operaio all’ aeroporto di Foligno. Sto andando dai miei parenti a Sorifa…” Maresi incitava Collarini a sparargli :
“Spara, spara!” “Perché sei uscito dal bosco ?” gli fu chiesto. “ Perché ho sentito sparare e ho avuto paura.” Senza altre domande o spiegazioni Collarini
gli sparò alla testa, certamente a brevissima distanza, o a bruciapelo.
Caduto fulminato da quel colpo preciso,
con il petto contro la terra e le mani ancora alzate, Maresi gli
scaricò il mitra sul dorso, nella parte destra, sotto la spalla.
C’è chi lo ricorda in
quella posizione, di schiena, con le
braccia distese e i fori dei colpi sulla giacca di colore chiaro. La
sorella diciottenne, Daria Tribuzi, che quella mattina era stata a un funerale
a Nocera, ebbe notizia della sparatoria nella tarda mattinata, ma fu sconsigliata
a recarsi sul posto. Ebbe modo di vedere il fratello più tardi, quando lo
trasportarono a Casebasse su un carro agricolo, con la madre disperata che procedeva aggrappata a quel mezzo agricolo . Giovanni fu
portato nella casa paterna, dove
fu rivestito e gli fu fasciata la testa. Daria racconta che potè riconoscerlo dai
vestiti e dal corpo, poiché la faccia
era irriconoscibile per quanto era gonfia e deformata. Era visibile e netto un unico foro di proiettile a
una tempia, vicino all’ occhio.
La giovane e coraggiosa sorella, in preda al dolore
e alla disperazione si recò presso la
caserma dei carabinieri , nel centro storico di Nocera, e lì incontrò proprio il
Collarini al quale gridò: “Tu hai ammazzato mio fratello!” E questi : “Chi
te l’ ha detto?” Collarini scese le scale e tornò con il maresciallo della
milizia , quindi Daria inveì di nuovo contro di lui e i fascisti. Il
maresciallo: “Come ti permetti di insultare
le persone? Chi ti ha detto che Collarini ha ucciso tuo fratello?” “Me lo dice il cuore” rispose Daria. “Tuo
fratello è morto, ma senza onore.” Al ché Daria continuò con frasi pesanti ,
una delle quali poteva toccare
proprio l’orgoglio dei fascisti: “Se
credete a un ideale perché non andate a combattere dov’è il fronte…invece di…? Gli
hanno rubato anche il portafogli che aveva nelle tasche !” Di conseguenza, fu trattenuta e arrestata. Lo stesso Collarini
fu incaricato della sua custodia. La madre
di Daria, Francesca Contardi, venuta a
sapere del colpo di testa della figlia , accorse con diversi paesani e
conoscenti, si raccomandò ad alcuni influenti
fascisti di Nocera (Lacchi,
Stefanelli ,Trinca). Insieme a diverse persone , si recò su in piazza Caprera , dove era la sede dei carabinieri , e quindi Daria
fu rilasciata.
Passato il fronte,
Collarini venne catturato e detenuto nella stessa caserma dove aveva fatto servizio,
sotto la custodia dei partigiani
locali. Qui avvenne il fatto che Ennio
Leonardi detto Leni racconta nell’intervista del 1994. Daria, infatti, si recò alla caserma e, con
insistenti preghiere e dopo essere stata perquisita, riuscì a vedere il Collarini. L’incontro fu
altamente drammatico. La ragazza disse tutte le parole che le
vennero in mente, provò anche a colpire
il detenuto con graffi e cazzotti, gli strappò perfino il crocefisso dal collo . Gli chiese, tra
l’altro, se il fratello avesse sofferto
e questi gli rispose di no, che era
morto subito. Collarini si portò le mani alla faccia e chiese perdono. Daria
confessa che ebbe compassione di lui. Collarini raccontò i particolari e le parole
pronunciate ( come sono state riportate più sopra nel racconto), cercando di
scaricare la colpa sul Maresi .
Dopo la liberazione di
Nocera, la famiglia Tribuzi invitò a
casa il capo partigiano Pietro
Bertè allo scopo di raccomandargli che fosse fatta giustizia. Racconta che in quell’ occasione all’ospite fu offerto un
frugale pranzo a base di minestra che - racconta Daria - il Bertè mostrò di
gradire. Finita la guerra, al processo
che ebbe luogo a Perugia a carico dei due responsabili, Daria invitò il
Collarini a ripetere quello che aveva a
lei raccontato nel drammatico colloquio
presso la caserma di Nocera. Questi
raccontò e confermò. Maresi, da parte sua, negava di aver inveito sparando sul cadavere . Collarini ebbe 25 anni e il
Maresi 10, ma sembra che i due fascisti
scontarono la pena solo per poco tempo, forse un anno o poco più.
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| Daria Tribuzi nel 1947 |
Sull’edicola eretta nel luogo dell’eccidio
compariva una frase che, negli
anni Settanta, i famigliari hanno ritenuto opportuno cancellare; infatti fu ricoperta
con intonaco l’ ultima parte dell’ epigrafe, dove erano scritte le
seguenti parole ” La maledizione dei genitori ricada sugli assassini Maresi Roberto di Annifo e Collarini Giulio di Gualdo Tadino”. Di
Giulio Collarini si conoscono poche cose. Daria dice che la sua età, all’epoca
del fatto era attorno ai 25 anni. Di
Roberto Maresi si sa che, nel dopoguerra, si trasferì nella Maccarese ed è morto a Palidoro, alcuni anni fa. L’atto di morte del
povero Giovanni fu redatto pochi giorni dopo il fatto, quando ancora vigeva il terrore nazifascista.
Nel cartellino anagrafico del
comune venne riportata
la seguente formula , alquanto vaga : “Per morte causata da: azione di fuoco
da parte di un gruppo di militi in
servizio di rinforzo a Nocera Umbra.”
PER
LA VERITA’
Questa qui sopra è la ricostruzione al
meglio dei fatti e del contesto che vide
la morte del giovane Giovanni Tribuzi il 2 aprile del 1944, così come è stato
possibile ricostruirla sulla base della testimonianza resa allo scrivente dalla
sorella di Giovanni Tribuzi, Daria, nell’ anno 2004. Daria Tribuzi aveva assistito
al processo avvenuto a Perugia a carico dei due responsabili, dunque aveva
potuto ascoltare in prima persona le
deposizioni e confessioni degli autori dell’eccidio. È il caso di aggiungere
che fin dall’epoca dei fatti, tra le
persone del luogo (Nocera, Stravignano e
Sorifa), i racconti e le circostanze della morte di Giovanni sono notori, assodati e concordanti. L’articolo qui sopra,
risalente al 2004, è ricompreso nel
libro “La memoria innanzitutto” pubblicato a mio nome nell’anno 2015.
Due anni fa Aldo Cacciamani mi segnalò
il sito del cosiddetto “Atlante delle
stragi naziste e fasciste in Italia” (http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2240)
dove, alla voce Nocera Umbra, apparivano delle notizie scorrette ed
incomprensibili, specialmente sul caso di Giovanni Tribuzi. Me ne interessai,
presi informazioni. Così si legge in questo sito:
Il Governo della
Repubblica Federale Tedesca si è impegnato a finanziare una serie di iniziative
tese a valorizzare la storia e la memoria dei rapporti fra i due paesi nel
corso del conflitto, con l’istituzione presso il Ministero federale degli
affari esteri di un “Fondo italo-tedesco per il futuro”. Rientra fra queste
iniziative la presente ricerca, promossa in collaborazione dall’Istituto
nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e
dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), che ha permesso di
definire un quadro completo degli episodi di violenza contro i civili commessi
dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il
1945. Descrizione: Una puntata di rastrellamento
condotta dai militi del presidio GNR di Nocera Umbra coglie il 2 aprile
(Domenica delle Palme), ai margini della strada fra le frazioni di Sorifa e
Stravignano, un pattuglia di sette partigiani (di cui uno disarmato) della 4.
brigata Garibaldi “Foligno”, con alla testa Giacinto Cecconelli, comandante del
battaglione “Goffredo Mameli” di quella formazione. Nello scontro al fuoco
questi rimane ferito, ma riesce a scappare e proseguire l' attività; viene ferito
più gravemente il partigiano Giovanni Tiburzi (sic) che non riesce a muoversi.
Raggiunto dai militi, è a lungo percosso e seviziato e infine ucciso con una
scarica di mitra. Non è dato sapere quanto a lungo sia stato impedito a
familiari e paesani di andare a raccogliere il cadavere. Tiburzi (sic)
Giovanni di Giulio e Contardi Francesca, nato a Nocera Umbra il 12/10/1923
(sic), residente in frazione Case Basse, operaio saldatore, celibe, renitente,
partigiano; riconosciuto partigiano della 4. brigata Garibaldi
“Foligno” dal 20 dicembre 1943 al 17 aprile 1944, «militare – morto in
combattimento a Nocera». Qui risultano errate non
solo il giorno di nascita e il cognome
del Tribuzi ( che poi sono state rettificati), ma appaiono talmente evidenti le
discordanze che non è nemmeno necessario commentarle. Presi contatto con la
Redazione del progetto “Atlante” segnalando le inesattezze, che ci sembravano
addirittura delle notizie inventate di sana pianta, o perlomeno frutto di una grande confusione.
Dopo una lunga corrispondenza con la
redazione di quel progetto e con il prof. Paolo Pezzino, durata oltre un anno, e dopo aver fornito tutte le notizie,
pubblicazioni, documentazione e testimonianze, la scorsa estate mi
perviene la lettera email conclusiva del detto professore, che in sostanza dice “ Vista
la documentazione concordo con l’autore delle schede; libero di contestare come crede nelle sedi opportune
l’attribuzione della qualifica di partigiano “
Non è
dato sapere quale sia la documentazione fornita dall’autore delle schede;
inoltre sembra che il professore sia stato molto distratto, avendo inteso che
fosse contestata solo la qualifica di partigiano e non l’intera
rappresentazione del fatto.
La cosa è a dir poco sorprendente. Paolo
Pezzino è un eminente professore dell’università di Pisa, autore di diversi libri , e in tale progetto ( Atlante) riveste il ruolo di
direttore scientifico (sic) . Ho
ritenuto a quel punto di cessare la corrispondenza anche per evitare di
dire apertamente ( come è mia abitudine) al prof. Pezzino ciò che pensavo e per non essere offensivo o irrispettoso verso
tale personalità. Non è escluso che dovrò farlo, magari in questi termini: “Complimenti,
prof. Pezzino, per il vs metodo altamente
scientifico! Così scientifico da ignorare l’evidenza!”
Agli autori di questo progetto avevo già detto: “Fate attenzione, siate più precisi, perché state usufruendo di denaro pubblico;
mentre io non sono pagato da nessuno…”
Probabilmente per questo se la sono presa a
male e si sono trincerati. Immagino che, in sostanza, questi signori coltivano il loro orticello e lo difendono
dalle intrusioni fastidiose.
Le
notizie riguardanti Nocera Umbra ( le schede compilate) sono state fornite da
un giovane ricercatore di Perugia ( allievo, credo, del prof. Nardelli), il quale non ha fatto altro che copiarle (peraltro
con poca fatica) dai documenti del CLN conservati presso l’ ISUC. Quindi ha preso
queste notizie, senza assumere altre informazioni e senza fare un minimo di ricerca in loco sui casi specifici. Per la
verità ci ha messo anche del suo
pasticciando sul cognome e sulla data di nascita del Tribuzi, sostenendo di aver fatto un’apposita verifica anagrafica
presso il comune di Nocera (Allora sarebbero sbagliate anche le risultanze
anagrafiche del comune!)
Sappiamo bene che i documenti del CLN vanno
presi con le pinze, anche perché è comprensibile come nelle difficoltà e confusione del 1944 e dopoguerra gli errori fossero fisiologici. Giovanni
Tribuzi nei documenti del CLN di Perugia
risulta annoverato come partigiano caduto in combattimento. Conosciamo anche la
storia delle commissioni regionale per il riconoscimento dei partigiani, che è
durata alcuni anni e tra infinite e pesanti polemiche. Si può immaginare come
tali commissioni abbiano avuto la tendenza a sancire la qualifica di Partigiano
ad un alto numero di persone (ad esempio
per amplificare il fenomeno della Resistenza),
spesso per scopi nobili, a volte per scopi meno nobili. Uno scopo nobile
sarebbe stato quello di favorire un
futuro riconoscimento economico alle famiglie delle vittime, non solo nei casi
di
caduti in combattenti mento, ma anche nei casi di vittime civili che non c’entravano affatto con
la Resistenza. Riguardo agli scopi meno nobili dobbiamo dire che non è il caso di parlarne qui;
necessiterebbe un’apposita discussione a
parte. Non si tratta di revisionismo storico o di negazionismo, ma solo
di onestà intellettuale e di rispetto della verità.
(Pietro Nati)

