venerdì 1 maggio 2020


                                             L’ASSASSINIO DI  GIOVANNI TRIBUZI



Giovanni Tribuzi
Giovanni Tribuzi era nato nel mese di ottobre del 1923, dunque  nell’aprile del 1944 non aveva ancora compiuto ventuno anni. Forse esonerato dal servizio militare, lavorava,  presso l’aeroporto militare di  Foligno, come operaio specializzato. La mattina del 2 aprile 1944, domenica di passione, era a Stravignano,  presso la sorella maggiore Orlanda. Questa racconta che i repubblichini vennero su verso il centro abitato  passando per la “casa di Febo”, poiché, secondo lei ,erano ben informati della presenza di diversi giovani nel paese. Giovanni scappò sull’altura che sovrasta l’abitato, Nicola Prosdocimo che era con lui fu raggiunto da un colpo di moschetto  che lo ferì alla coscia e lo immobilizzò. Sembra che fu risparmiato perché mostrò un cartellino e dichiarò di far parte della  GILE (figlio d'italiani all’estero). Venne  recuperato da alcuni uomini del paese, tra cui Amedeo e Umberto Riboloni , quindi  trasportato all’ospedale di Gualdo Tadino e poi  a quello di Perugia.
Durante la prolungata sparatoria  tra i fascisti e i partigiani di  Giacinto Cecconelli,  sulle colline tra Stravignano e Sorifa, Giovanni scese dal bosco sulla strada  comunale, nei pressi della curva  nella località  chiamata Ponte  Vallerice.  Il partigiano Rolando Buono (1925-1983) così racconta:Durante le tre ore, della morte di Giovanni Tribuzi non ce ne accorgemmo, lo sapemmo dopo, perché loro sparavano, noi sparavamo e quello che avveniva sulla costa della strada non potevamo nè vederlo nè sentirlo; sentivamo solo spari. Seppi solo che questo ragazzo, al momento dei primi spari scese giù dalla macchia alzando le mani e dicendo ai fascisti che era un renitente alla leva, gridando però che non era un partigiano e che i partigiani erano di sopra”.
Non è facile spiegarsi perché  venne a cadere proprio nelle mani dei fascisti,  invece di  scappare verso il monte o verso Sorifa.  Forse egli credette, in buona fede, di potersi presentare  senza alcun timore, avendo le carte in regola, infatti  scese sulla strada con le mani alzate.  Non fu colpito a vista ed ebbe modo di  venire di fronte  ai militi  e di dire le sue ragioni . “ Io non c’entro niente… Io lavoro come operaio all’ aeroporto di Foligno.  Sto andando dai miei parenti a Sorifa…”  Maresi incitava Collarini a sparargli : “Spara, spara!”  “Perché sei uscito dal bosco ?” gli fu chiesto. “ Perché  ho sentito sparare e ho avuto paura.”  Senza altre domande o spiegazioni Collarini gli sparò  alla testa,  certamente a brevissima distanza, o a bruciapelo. Caduto fulminato da quel colpo preciso,  con il petto contro la terra e le mani ancora alzate,  Maresi gli  scaricò il  mitra sul  dorso, nella parte destra, sotto la spalla.
C’è chi lo ricorda in quella posizione, di schiena, con le  braccia distese e i fori dei colpi sulla giacca di colore chiaro. La sorella diciottenne, Daria Tribuzi, che quella mattina era stata a un funerale a Nocera, ebbe notizia della sparatoria nella tarda mattinata, ma fu sconsigliata a recarsi sul posto. Ebbe modo di vedere il fratello più tardi, quando lo trasportarono a Casebasse su un carro agricolo, con la madre disperata che  procedeva aggrappata a quel mezzo agricolo .  Giovanni fu  portato nella  casa paterna, dove fu rivestito e gli fu fasciata la testa.  Daria racconta che potè riconoscerlo dai vestiti e dal corpo, poiché la faccia era irriconoscibile per quanto era gonfia e deformata. Era  visibile e netto un unico foro di proiettile a una tempia, vicino all’ occhio.          
 La giovane e coraggiosa sorella, in preda  al dolore  e alla disperazione si recò presso la  caserma dei carabinieri , nel centro storico di Nocera, e lì  incontrò  proprio il  Collarini al quale gridò: “Tu hai ammazzato mio fratello!” E questi : “Chi te l’ ha detto?” Collarini scese le scale e tornò con il maresciallo della milizia , quindi Daria inveì di nuovo contro di lui e i fascisti. Il maresciallo: “Come ti permetti di insultare le persone? Chi ti ha detto che Collarini ha ucciso tuo fratello?” “Me lo dice il cuore” rispose Daria. “Tuo fratello è morto, ma senza onore.” Al ché Daria continuò con frasi pesanti , una delle quali poteva toccare  proprio  l’orgoglio dei fascisti: “Se credete a un ideale perché non andate a combattere dov’è il fronte…invece di…? Gli hanno rubato anche il portafogli che aveva nelle tasche !”  Di conseguenza, fu  trattenuta e arrestata. Lo stesso Collarini fu incaricato della sua custodia.  La madre di Daria, Francesca Contardi,  venuta a sapere del colpo di testa della figlia , accorse con diversi paesani e conoscenti,  si raccomandò ad alcuni  influenti  fascisti di Nocera  (Lacchi, Stefanelli ,Trinca). Insieme a diverse persone , si recò su in piazza  Caprera , dove  era la sede dei carabinieri , e quindi   Daria  fu rilasciata.
Passato il fronte, Collarini venne catturato e detenuto nella stessa caserma dove aveva fatto servizio, sotto la  custodia dei partigiani locali.  Qui avvenne il fatto che Ennio Leonardi detto Leni racconta nell’intervista del 1994.  Daria, infatti, si recò  alla caserma e,  con  insistenti preghiere e dopo essere stata perquisita, riuscì a  vedere il Collarini. L’incontro fu altamente  drammatico.  La ragazza disse tutte le parole che le vennero in mente,   provò anche a colpire il detenuto con graffi e cazzotti, gli strappò perfino  il crocefisso dal collo . Gli chiese, tra l’altro, se  il fratello avesse sofferto e questi gli rispose  di no, che era morto subito. Collarini si portò le mani alla faccia e chiese perdono. Daria confessa che ebbe   compassione di lui.  Collarini raccontò i particolari e le parole pronunciate ( come sono state riportate più sopra nel racconto), cercando di scaricare la colpa sul Maresi .
Dopo la liberazione di Nocera, la famiglia Tribuzi invitò a  casa  il capo partigiano Pietro Bertè allo scopo di raccomandargli che   fosse fatta giustizia. Racconta che in  quell’ occasione all’ospite fu offerto un frugale pranzo a base di minestra che - racconta Daria - il Bertè mostrò di gradire. Finita  la guerra, al processo che ebbe luogo a Perugia a carico dei due responsabili, Daria invitò il Collarini a ripetere quello che  aveva a lei raccontato  nel drammatico colloquio presso la  caserma di Nocera. Questi raccontò e confermò. Maresi, da parte sua,  negava di aver inveito sparando  sul cadavere . Collarini ebbe 25 anni e il Maresi 10, ma sembra che i due fascisti  scontarono la pena solo per poco tempo, forse un anno o poco più.   
Daria Tribuzi nel 1947
 Sull’edicola eretta nel luogo dell’eccidio compariva una frase   che, negli anni  Settanta,   i famigliari hanno ritenuto  opportuno cancellare; infatti fu ricoperta con intonaco  l’ ultima  parte dell’ epigrafe, dove erano scritte le seguenti parole ” La maledizione dei genitori ricada sugli assassini  Maresi Roberto di Annifo  e Collarini Giulio di Gualdo Tadino”. Di Giulio Collarini si conoscono poche cose. Daria dice che la sua età, all’epoca del fatto era attorno ai  25 anni. Di Roberto Maresi si sa che, nel dopoguerra, si trasferì nella Maccarese ed è morto a  Palidoro, alcuni anni fa. L’atto di morte del povero Giovanni fu redatto pochi giorni dopo il fatto,  quando ancora vigeva il terrore nazifascista. Nel cartellino anagrafico  del comune  venne  riportata  la seguente formula ,  alquanto  vaga : “Per morte causata da: azione di fuoco da parte  di un gruppo di militi in servizio di rinforzo a Nocera  Umbra.”



PER LA VERITA’

Questa qui sopra è la ricostruzione al meglio  dei fatti e del contesto che vide la morte del giovane Giovanni Tribuzi il 2 aprile del 1944, così come è stato possibile ricostruirla sulla base della testimonianza resa allo scrivente dalla sorella di Giovanni Tribuzi, Daria, nell’ anno 2004. Daria Tribuzi aveva assistito al processo avvenuto a Perugia a carico dei due responsabili, dunque aveva potuto ascoltare in prima persona  le deposizioni e confessioni degli autori dell’eccidio. È il caso di aggiungere che fin dall’epoca dei fatti,  tra le persone del luogo (Nocera, Stravignano  e Sorifa), i racconti e le circostanze della morte di Giovanni sono notori, assodati  e concordanti. L’articolo qui sopra, risalente al 2004,  è ricompreso nel libro “La memoria innanzitutto” pubblicato a mio nome nell’anno 2015.

Due anni fa Aldo Cacciamani mi segnalò il sito del cosiddetto  “Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia” (http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2240) dove, alla voce Nocera Umbra, apparivano delle notizie scorrette ed incomprensibili, specialmente sul caso di Giovanni Tribuzi. Me ne interessai, presi informazioni. Così si legge in questo sito:
Il Governo della Repubblica Federale Tedesca si è impegnato a finanziare una serie di iniziative tese a valorizzare la storia e la memoria dei rapporti fra i due paesi nel corso del conflitto, con l’istituzione presso il Ministero federale degli affari esteri di un “Fondo italo-tedesco per il futuro”. Rientra fra queste iniziative la presente ricerca, promossa in collaborazione dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), che ha permesso di definire un quadro completo degli episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il 1945.  Descrizione: Una puntata di rastrellamento condotta dai militi del presidio GNR di Nocera Umbra coglie il 2 aprile (Domenica delle Palme), ai margini della strada fra le frazioni di Sorifa e Stravignano, un pattuglia di sette partigiani (di cui uno disarmato) della 4. brigata Garibaldi “Foligno”, con alla testa Giacinto Cecconelli, comandante del battaglione “Goffredo Mameli” di quella formazione. Nello scontro al fuoco questi rimane ferito, ma riesce a scappare e proseguire l' attività; viene ferito più gravemente il partigiano Giovanni Tiburzi (sic) che non riesce a muoversi. Raggiunto dai militi, è a lungo percosso e seviziato e infine ucciso con una scarica di mitra. Non è dato sapere quanto a lungo sia stato impedito a familiari e paesani di andare a raccogliere il cadavere.   Tiburzi (sic) Giovanni di Giulio e Contardi Francesca, nato a Nocera Umbra il 12/10/1923 (sic), residente in frazione Case Basse, operaio saldatore, celibe, renitente, partigiano; riconosciuto partigiano della 4. brigata Garibaldi “Foligno” dal 20 dicembre 1943 al 17 aprile 1944, «militare – morto in combattimento a Nocera».   Qui risultano errate non solo  il giorno di nascita e il cognome del Tribuzi ( che poi sono state rettificati), ma appaiono talmente evidenti le discordanze che non è nemmeno necessario commentarle. Presi contatto con la Redazione del progetto “Atlante” segnalando le inesattezze, che ci sembravano addirittura delle notizie inventate di sana pianta, o perlomeno  frutto di una grande confusione.
Dopo una lunga corrispondenza con la redazione di quel progetto e con il prof. Paolo Pezzino,  durata oltre un anno,  e dopo aver fornito tutte le notizie, pubblicazioni, documentazione e testimonianze, la scorsa estate mi perviene  la lettera email conclusiva  del detto professore, che in sostanza dice “ Vista la documentazione concordo con l’autore delle schede;  libero di contestare come crede nelle sedi opportune l’attribuzione della qualifica di partigiano “
 Non è dato sapere quale sia la documentazione fornita dall’autore delle schede; inoltre sembra che il professore sia stato molto distratto, avendo inteso che fosse contestata solo la qualifica di partigiano e non l’intera rappresentazione del fatto.
La cosa è a dir poco sorprendente. Paolo Pezzino è un eminente professore dell’università di Pisa, autore di  diversi libri , e in  tale progetto ( Atlante) riveste il ruolo di direttore scientifico (sic) . Ho  ritenuto a quel punto di cessare la corrispondenza anche per evitare di dire apertamente ( come è mia abitudine) al prof. Pezzino  ciò che pensavo e  per non essere offensivo o irrispettoso verso tale personalità. Non è escluso che dovrò farlo, magari in questi termini: “Complimenti, prof. Pezzino, per il vs metodo altamente  scientifico! Così scientifico da ignorare l’evidenza!”
Agli autori di questo progetto avevo  già detto: “Fate  attenzione, siate più precisi,  perché state usufruendo di denaro pubblico; mentre io non sono pagato da nessuno…”
Probabilmente per questo se la sono presa a male e si sono trincerati. Immagino che, in sostanza, questi signori  coltivano il loro orticello e lo difendono dalle intrusioni fastidiose.
 Le notizie riguardanti Nocera Umbra ( le schede compilate) sono state fornite da un giovane ricercatore di Perugia ( allievo, credo,  del prof. Nardelli),  il quale non ha fatto altro che copiarle (peraltro con poca fatica) dai documenti del CLN conservati presso l’ ISUC. Quindi ha preso queste notizie, senza assumere altre informazioni e senza fare un minimo di  ricerca in loco sui casi specifici. Per la verità  ci ha messo anche del suo pasticciando sul cognome e sulla data di nascita del Tribuzi,  sostenendo di aver fatto un’apposita verifica anagrafica presso il comune di Nocera (Allora sarebbero sbagliate anche le risultanze anagrafiche del comune!)
Sappiamo bene che i documenti del CLN vanno presi con le pinze, anche perché è comprensibile  come nelle difficoltà e confusione  del 1944 e dopoguerra  gli errori fossero fisiologici. Giovanni Tribuzi  nei documenti del CLN di Perugia risulta annoverato come partigiano caduto in combattimento. Conosciamo anche la storia delle commissioni regionale per il riconoscimento dei partigiani, che è durata alcuni anni e tra infinite e pesanti polemiche. Si può immaginare come tali commissioni abbiano avuto la tendenza a sancire la qualifica di Partigiano ad un alto  numero di persone (ad esempio per amplificare il fenomeno della Resistenza),  spesso per scopi nobili, a volte per scopi meno nobili. Uno scopo nobile  sarebbe stato quello di favorire un futuro riconoscimento  economico  alle famiglie delle vittime, non solo nei casi  di  caduti in combattenti mento, ma anche nei casi  di  vittime civili che non c’entravano affatto con la Resistenza. Riguardo agli scopi meno nobili dobbiamo  dire che non è il caso di parlarne qui; necessiterebbe un’apposita discussione  a  parte. Non si tratta di revisionismo storico o di negazionismo, ma solo di onestà intellettuale e di rispetto della verità.

(Pietro Nati)